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REFERENDUM/ Flick: Renzi, il "peccato originale" della riforma non si cancella

Renzi ha detto che si vota nel 2018 comunque vada il referendum. In questo modo vuole togliere senso politico al fronte del No. Ma le ragioni rimangono tutte, per GIOVANNI MARIA FLICK

Maria Elena Boschi e Giorgio Napolitano (LaPresse) Maria Elena Boschi e Giorgio Napolitano (LaPresse)

L'ultima svolta renziana? Si vota nel 2018 comunque vada il referendum. Tradotto: la riforma più importante dell'agenda politica non riguarda più le sorti del governo. Una scelta accorta, quella del presidente del Consiglio, perché scava la terra alle radici del "voto utile": che senso ha votare No, se Renzi rimane al suo posto? In realtà, le ragioni del No sono assolutamente intatte, secondo Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Consulta e ministro della Giustizia nel governo Prodi I. "La mia sensazione — spiega Flick al sussidiario — è che dopo la forte politicizzazione iniziale, la nuova marcia indietro del presidente del Consiglio non è e non sarà sufficiente".

Perché, professore?
Perché il referendum, per come è stato architettato — prevedendo cioè la modifica di una quarantina di articoli della Costituzione, che mette insieme oggetti profondamente diversi — rende estremamente difficile la comprensione del contenuto e la formulazione di un giudizio che non sia politico e personalizzato, soprattutto da parte di un non tecnico, com'è la stragrande maggioranza dei votanti.

Qui però stiamo parlando di una svolta politica del capo del governo.
Ci arriviamo. Il fatto è che la spoliticizzazione da un lato rischia di far pagare al presidente del Consiglio un prezzo di coerenza politica abbastanza forte: è pur sempre il riconoscimento di un errore grave, perché la materia è importante e delicata da trattare.

E questo non basta?
Può non essere sufficiente nella misura in cui il tipo di referendum che ci viene proposto e le stesse modalità con cui la riforma è stata elaborata continuano a dissimulare abilmente il dna politico, anche di politica contingente, della riforma.

Insomma, la riforma nasce con un "peccato originale".
Esatto. Un "peccato originale" molto articolato e complesso, in cui spicca, tra l'altro, l'avere in qualche modo mitizzato la demolizione del bicameralismo perfetto. Per cambiare il quale si è finiti per cadere in un bicameralismo malfatto; è vero che il meglio è nemico del bene, come sostengono i fautori del Sì, ma occorre che quel bene ci sia effettivamente…

Perché malfatto?
Per le forti ambiguità nell'individuazione dei componenti del Senato, frutto di un ibrido tra scelta popolare e scelta dei consigli regionali che rende la seconda camera inadatta a un confronto con la camera dei deputati, sia pure per funzioni diverse; perché c'è uno squilibrio tra una camera che rimane di 600 deputati e l'altra ridotta a 95 membri, dei quali alcuni sono senatori a vita e gli altri a scadenze variabili. E perché i compiti del senato e le nuove procedure legislative renderanno caotico fare le leggi, generando senza sosta nuovi conflitti di attribuzione.

C'è poi il nodo dell'instabilità dei governi, un iattura alla quale la riforma dovrebbe finalmente porre rimedio.
Non le pare che il nostro brutto bicameralismo abbia funzionato fin troppo bene quando si è trattato di deliberare le leggi sul finanziamento alla politica? Tutte leggi e leggine approvate con esemplare tempismo e coordinamento parlamentare. Il problema non viene dalle regole, cioè dagli strumenti, ma dagli uomini che li usano. E' vero: che sia solo una camera a dare la fiducia è più tranquillizzante per la stabilità del governo, ma la stabilità è la conseguenza diretta della solidità di una maggioranza.

E dunque del sistema elettorale. Ecco l'altro problema. Renzi continua a ripetere che non si vota sull'Italicum.