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ITALICUM/ Così Renzi ha messo la Consulta in un pasticcio

A sinistra di Renzi, Paolo Grossi, presidente della Consulta (LaPresse) A sinistra di Renzi, Paolo Grossi, presidente della Consulta (LaPresse)

La previsione transitoria si collega evidentemente all'Italicum (legge 52/2015), ma il punto è, tecnicamente parlando, che non sembra che si possa sostenere che il giudizio preventivo di legittimità su una legge non ancora promulgata sia considerabile alla stregua di un giudizio successivo di legittimità su una legge già approvata ed entrata in vigore. Ciò che pone più di un problema.

Come che sia, mentre siamo in attesa del decreto del Presidente della Repubblica che, su deliberazione del Consiglio dei ministri, indicherà la data del referendum (fissata in una domenica compresa tra il 50esimo e il 70esimo giorno successivo all'emanazione del decreto di indizione), la possibile decisione della Corte costituzionale sull'Italicum, prevista, secondo alcuni, per i primi di ottobre, prima dunque, se così fosse, del referendum, sta scatenando una serie di prese di posizione.

Più d'uno ha già sezionato la decisione della Corte, che ancora non c'è, né è detto che ci sarà nella data immaginata. E vi è chi parla di possibili slittamenti, non è ben chiaro se per ragioni di opportunità.

Pur sottoposta a così grandi incertezze, la sentenza è da più parti già fatta oggetto di "commento", esaminandosi i possibili scenari politici, a seconda che la Corte promuova l'Italicum, ne bocci parti politicamente meno problematiche (es., le candidature plurime), o ne annulli le previsioni più sensibili (premio di maggioranza, divieto di apparentamento al ballottaggio) o l'intero testo.

Tutto legittimo, per carità, così come discutere delle tappe ulteriori che già molti prefigurano (avvicinamento tra le diverse anime del Pd, alleanze parlamentari per la riforma del testo, riflessi sullo stesso referendum costituzionale, per alcuni addirittura nel senso di far scemare le molte tensioni ad esso relative).

Senza spingersi così in avanti, un richiamo allo stato dei fatti pare già abbastanza preoccupante, almeno a chi scrive.

C'era una volta una legge elettorale — il porcellum — dichiarata in gran parte incostituzionale (sentenza 1/2014).

C'erano Camere chiamate a intervenire (rapidamente) di conseguenza, in qualche modo "salvate" a tale scopo in forza del principio di continuità dello Stato.

Ci sono state, invece, Camere che hanno preferito, a maggioranza, assecondare l'intenzione del Governo di modificare radicalmente la Costituzione e che non hanno esitato a produrre una pericolosa commistione tra nuova legge elettorale (solo parziale), contenente, oltre tutto, profili di dubbia legittimità, e riforma del patto costituzionale. Un groviglio che potrebbe essere ancor più arduo dipanare se la Corte costituzionale dovesse finire per giudicare della legittimità della legge elettorale sulla base sia delle questioni di legittimità attualmente pendenti sia del ricorso "politico" previsto dal testo di riforma.