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ITALICUM/ Così Renzi ha messo la Consulta in un pasticcio

Pubblicazione:

A sinistra di Renzi, Paolo Grossi, presidente della Consulta (LaPresse)  A sinistra di Renzi, Paolo Grossi, presidente della Consulta (LaPresse)

Proviamo innanzitutto a mettere un po' d'ordine, partendo dalle date.

E' l'8 maggio 2015 quando sulla Gazzetta Ufficiale viene pubblicata la legge 52/2015, recante "Disposizioni in materia di elezione della Camera dei deputati".

Essendo in corso, a quel tempo, il procedimento di approvazione della riforma costituzionale Renzi-Boschi, destinata, tra l'altro, nei successivi passaggi, a fare del Senato la camera rappresentativa delle istituzioni territoriali, composta in massima parte da consiglieri regionali e sindaci scelti dai Consigli regionali e delle province autonome di Trento e Bolzano, l'intervento di riforma della normativa elettorale riguarda la sola Camera dei deputati e, operando in qualche modo una sorta di scommessa, anche sui tempi, prevede l'applicabilità delle sue disposizioni a decorrere dal 1° luglio 2016.

Il 15 aprile 2016 viene pubblicata la legge costituzionale, approvata a maggioranza assoluta ma inferiore ai due terzi, riguardante 47 dei 139 articoli di cui si compone la nostra Costituzione, che muta, insieme ai contenuti, lo stesso lessico istituzionale e che contempla, tra l'altro, un istituto del tutto nuovo, vale a dire il giudizio preventivo di legittimità costituzionale sulle leggi elettorali.

Esso prevede che le leggi che disciplinano l'elezione dei membri della Camera e del Senato possono essere sottoposte, prima della loro promulgazione, al giudizio preventivo di legittimità costituzionale da parte della Corte costituzionale, su ricorso motivato presentato da almeno 1/4 dei componenti della Camera o da almeno 1/3 dei componenti del Senato entro 10 giorni dall'approvazione della legge, prima dei quali la legge non può essere promulgata. La Corte costituzionale si pronuncia entro il termine di 30 giorni e, fino ad allora, resta sospeso il termine per la promulgazione della legge. In caso di dichiarazione di illegittimità costituzionale, la legge non può essere promulgata. La scelta di inserire una tale previsione ha evidentemente a monte la sentenza 1/2014 della Corte costituzionale che si è pronunciata nel senso dell'illegittimità della legge elettorale (i testi unici delle leggi recanti norme per l'elezione della Camera e del Senato), pur reputando le elezioni svoltesi in applicazione di quelle norme elettorali come un "fatto concluso" e dunque non intaccato dalla decisione.

Proprio a evitare il ripetersi di simili evenienze, la riforma introduce un possibile giudizio preventivo, che appare però di particolare delicatezza in un contesto che assegna alla Corte costituzionale, com'è noto, compiti radicalmente differenti.

Risulta, inoltre, difficilmente sostenibile la disciplina asseritamente transitoria prevista per questo nuovo istituto nell'articolo 39 della legge costituzionale di riforma. Lì si dice, infatti, che "In sede di prima applicazione, nella legislatura in corso alla data di entrata in vigore della presente legge costituzionale (...), le leggi promulgate nella medesima legislatura che disciplinano l'elezione dei membri della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica possono essere sottoposte al giudizio di legittimità della Corte costituzionale. La Corte costituzionale si pronuncia entro il termine di 30 giorni". 


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