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Politica

SCENARIO/ L'autunno di Renzi tra le agenzie di rating e Merkel

La preoccupazione di Sergio Mattarella (LaPresse)La preoccupazione di Sergio Mattarella (LaPresse)

L'Italia dell'immediato dopoguerra, con una classe dirigente che aveva sofferto il fascismo, riuscì a dimostrare un grande spirito costituzionale democratico e repubblicano, in momenti di difficoltà enormi: un trattato di pace (che a scuola neppure si legge) che ci equiparava ai nazisti; una voglia di riscatto per dimenticare la guerra e la dittatura; una capacità di arrivare a compromessi istituzionali e politici che sembravano impensabili. La nostra Costituzione, anche nella prima parte del principi fondamentali, non è affatto la più bella del mondo. Non lo è mai stata. Tuttavia è il frutto di un nobile compromesso tra forze politiche che si contrapponevano anche ferocemente, ma che alla fine volevano un'Italia unita (qualcuno si ricorda i moti secessionisti di Aosta?) e il più possibile democratica, anche nelle laceranti divisioni ideologiche, in piena guerra fredda e con i "suggerimenti" che arrivavano da Mosca, attraverso l'ambasciata sovietica di Roma, a una parte dell'assemblea costituente, e le spinte di riscatto, soprattutto strategiche ed economiche, che arrivavano dall'altra parte dell'Atlantico a un'altra parte di quella stessa assemblea.

Dopo circa un trentennio quella Costituzione divenne appunto una sorta di "monumento retorico" che si accompagnò a un'altra retorica dilagante, quella resistenziale. Anche molti "tromboni" cattedratici non colsero mai il grandioso spirito che animava sia la partecipazione alla Resistenza sia la stesura della Costituzione, ma si fermavano piuttosto sugli aspetti del "tradimento", oppure di un'esaltazione acritica con un'enfasi fuori luogo che non teneva conto del contesto storico in cui si raggiunsero quei grandi traguardi.

Eppure se parlavi con grandi uomini che la Resistenza e la Costituzione l'avevano fatta sul serio, comprendevi perfettamente la loro grandezza e la loro grande capacità politica, quasi all'altezza di quella del grillino Luigi Di Maio. Chi scrive ricorda un Pietro Nenni che sembrava un uomo ottocentesco, ma era sempre carico di lucida vitalità, che ricordava sorridendo, nella redazione dell'Avanti di Milano, il motivo della non separazione delle carriere nel processo italiano: "Convenimmo che eravamo d'accordo su un punto. Malgrado gli scritti di Montesquieu e le raccomandazioni di Calamandrei sulla totale e pericolosa indipendenza del pm, pensavamo che se ci fosse stato un ministro della giustizia di una parte o dell'altra, a cui il pm doveva rendere conto, in quei tempi avventurati si sarebbero riempite nottetempo le galere impropriamente".

Giorgio Amendola, che è stato un autentico eroe della Resistenza, che non tollerava i "redenti" dal fascismo e non salutò neppure, per molto tempo, suo fratello perché aveva partecipato ai Littoriali, fu subito nominato commissario alla Fiat dopo la Liberazione. Spiegava: "Un giorni arrivò un simpatico ufficiale americano che doveva sostituirmi. Era inevitabile e non ne feci di certo una tragedia. Era la realtà delle cose".