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DIETRO LE QUINTE/ Scissione? Il Pd è già morto, ecco chi l'ha ucciso

Pubblicazione:giovedì 16 febbraio 2017

Matteo Renzi (LaPresse) Matteo Renzi (LaPresse)

Tutto ciò che è reale, è razionale, aveva detto un maestro dei nostri sogni giovanili. Forse non avevamo letto bene la storia del Novecento, con le sue imprevedibilità e le apparenti follie, né abbiamo la consapevolezza necessaria dell'ampiezza e della profondità di questa crisi economica, sociale, politica e anche antropologica che stiamo attraversando da quasi dieci anni.

Sia il "diavolo", visto anche in senso laico, sia quello che definiamo il caos, probabilmente non solo esistono, ma hanno anche una funzione preminente nel dettare i tempi della storia e delle azioni degli uomini.

In queste settimane assistiamo a una serie di psicodrammi di varia intensità. Quello che si sta svolgendo negli Stati Uniti, con il neopresidente Donald Trump, protagonista di una partita che, nei prossimi due mesi, lo potrebbe anche far cadere secondo alcuni osservatori o probabilmente secondo le speranze di alcuni tifosi della politica. Il secondo psicodramma è la tenuta dell'Europa come costruzione unitaria, che si trova di fronte a delusioni generalizzate, a una grande sfiducia e a prove di fuoco in elezioni nazionali, come Francia (rischiosissima), Olanda e Germania, dove, seguendo lo schematismo semantico e storico di moda, i cosiddetti populismi sarebbero all'attacco. 

Il terzo psicodramma, che fa meno notizia sul piano internazionale, ma che è rilevante per il nostro Paese, è la probabile scissione che si sta consumando nel Partito democratico, tra la maggioranza di Matteo Renzi, la meteora della speranza e della sconfitta rovinosa del 4 dicembre, e la minoranza di tanti vecchi protagonisti, passati dal secolo delle ideologie al mondo post-ideologico senza fare un plisset di cosciente autocritica, come direbbero i vecchi milanesi. 

L'effetto, inutile nasconderlo, sarebbe deflagrante, perché si creerebbe un "buco" politico, al centro del sistema già precario che viviamo oggi, di più del 30 per cento dell'elettorato.

I calcoli, secondo stime approssimative, sono quelli di due partiti: quello renziano, con un 20 per cento, e quello dei dissidenti con un 10-12 per cento. Un'altra scuola di pensiero e di previsione parla di un "renzismo" attestato intorno al 25 per cento e dei dissidenti di sinistra fermi intorno al 7 per cento. La grande giocata del comico Grillo, messo in orbita anche da La casta commissionata da Luca Cordero di Montezemolo e da Paolo Mieli, autentici "geni" del disfacimento e della disgregazione, potrebbe rivelarsi vincente oppure paralizzare il Paese per un bel po' di anni.

Vari protagonisti si muovono sullo scenario del Pd, dopo la convulsa e quasi inutile riunione della direzione nazionale di lunedì scorso. C'è chi vuole fare l'affondo, come lo stesso Renzi da una parte, ritenendosi ancora una "speranza", e dall'altra parte un personaggio come Massimo D'Alema, un reperto storico del vecchio "ingraismo" del Pci di stampo togliattiano, prima legato a Mosca con tutti i fili e poi slegato solo indirettamente, anche se "le lezioni del leninismo sono ancora attuali", parola di Enrico Berlinguer nel 1981. 


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