BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Politica

GENTILONI DA TRUMP/ Quell'importante "non detto" in un incontro di routine

Ieri Paolo Gentiloni è stato ricevuto da Donald Trump alla Casa Bianca. Un incontro che non passerà alla storia, ma che ha in sé qualcosa di importante, dice SERGIO LUCIANO

Paolo Gentiloni e Donald Trump (Lapresse)Paolo Gentiloni e Donald Trump (Lapresse)

Non potrebbero esserci due personaggi antropologicamente più lontani di Donald Trump e Paolo Gentiloni. Ma la loro relazione forzosa - il presidente degli Stati Uniti e il presidente del Consiglio italiano non possono-non-incontrarsi, nei ruoli che rivestono - è, oggi, positiva per necessità storica. Al di là fuori di questa cornice necessaria niente c'era di significativo da attendersi dal primo incontro tra i due e niente è accaduto. Peraltro, l'attentato di Parigi che è avvenuto in contemporanea e del quale i due sono stati informati praticamente in diretta avrebbe comunque messo in ombra qualsiasi altro tema. E dunque?

Occorre decifrare i segnali non verbali. La stretta di mano: mitica. Nessuno dei due sapeva quando fosse meglio smettere di agitare reciprocamente l'arto dell'altro, il primo a mollare è stato ovviamente Gentiloni - che di fibre muscolari ne ha meno -, ma Trump non era pronto, allora il nostro presidente ha di nuovo stretto le dita mentre però a quel punto l'altro stava mollando, salvo accorgersi del ritorno di fiamma gentiloniano e stringere di nuovo anche lui proprio quando al contrario Gentiloni stava riaprendo la stretta… Niente di serio, cose che capitano tra estranei costretti a una rappresentazione mediatica che non significa poi tanto.

Salvo una cosa: la stretta di mano c'è stata ed è stata bella lunga, questa è la sostanza. In un'Europa disgregata e perennemente "alla vigilia" di qualche svolta che poi non c'è mai, la posizione ferocemente anti-tedesca di Trump - che, a proposito di strette di mano, ostentatamente non volle accettare quella di Angela Merkel, proprio lì, sulle stesse poltrone e davanti alle stesse telecamere! - è un punticino a vantaggio delle nostre povere faccende attestato anche dalla calorosa e intermittente stretta di mano.

Anche perché Trump non vuole rompere con l'Europa - ci mancherebbe - e non vuole un'Europa tutta tedesca. E pur sapendo che nel giro di pochi mesi tutti i suoi interlocutori-chiave europei cambieranno - si rivota da noi, in Francia, in Germania e in Gran Bretagna! - deve ribadire il suo ruolo. E ricordare a noi il nostro: per esempio, l'alleanza obbligatoria nella Nato, pur con tutte le sue irrisolte contraddizioni (il rapporto con il partner Turchia); e la lotta al terrorismo sulla quale, come sugli spaghetti, siamo tutti d'accordo, salvo divergere nella scelta delle medicine. 

Per esempio, sulla spesa militare non c'è né può esserci sintonia tra Usa e Italia. L'America spende 600 miliardi di dollari all'anno, cioè da sola quanto, messi insieme, tutti gli altri venti paesi che spendono di più dopo di lei in graduatoria. L'Italia non arriva a spendere nemmeno quel 2% di Pil che gli impegni in sede Nato la obbligherebbero a spendere, né il povero Gentiloni ha potuto impegnarsi in senso diverso, limitandosi a ricordare i vincoli europei e i margini di gioco minimi che l'Unione lascia agli Stati membri nella definizione delle grandi voci di bilancio.

Da una parte un presidente sotto tutela, il nostro, e con appena sei mesi di lavoro pieno davanti a sé, un gentile e misurato signore, colto e prudentissimo; dall'altra un cinghialone eccessivo e strabordante, tutta enfasi yankee e decisionismo ostentato, con tre anni e mezzo di potere sicuro (anche se le elezioni di metà mandato non saranno una passeggiata) davanti a sé. Gentiloni e Zoticoni. Cosa avevano davvero da dirsi?

La grande omissione, peraltro, è sulla politica interna, una materia nella quale ovviamente la Casa Bianca ufficialmente non entra, ma, per le vie ufficiose, ha sempre messo e rimesso bocca. Dalle continue visite riservate di Antonio Di Pietro all'ambasciatore americano, emerse come un dato storico dalle carte sull'epopea di Mani Pulite, qualcuno oggi desume una benedizione americana al ribaltone che quella maxi-inchiesta determinò; e addirittura l'attenzione, giornalisticamente ineccepibile, prestata da una professionista autorevole come Lilli Gruber, ma da sempre molto attenta alle posizioni americane, a Davide Casaleggio come vero leader ideologico dei Cinquestelle, dimostrerebbe che gli Usa sono pronti ad avallare un governo grillino.

Fantasie o realtà, non c'è dubbio che per l'Italia l'America sia un alleato strapotente con cui non si può litigare, tanto più quando nella propria casa - l'Europa - si è sostanzialmente isolati e costantemente sotto accusa. E poi, non neghiamolo: se le difficilissime prospettive di finanza pubblica italiana, incrociate con l'ingovernabilità che potrebbe profilarsi dopo il prossimo voto politico, dovessero condurre a un governo tecnico ispirato dall'Europa, quale premier migliore di Mario Draghi, che nel 2018 scadrà dalla Banca centrale europea? E quale banchiere europeo è più apprezzato negli Stati Uniti, dove ha lavorato a lungo e a cui ha ispirato la sua scelta-chiave, quella del Quantitative easing, e cui potrebbe agganciarsi per ridare all'Italia un traino economico benefico?

Insomma, al di là dei flebili dettagli di cronaca - la Libia, l'Iran, il clima - su cui peraltro nel vertice non si è fatto neanche un passettino avanti, quello di ieri a Washington è stato un buon incontro di routine, di quelli che non passano alla storia. Ma per lo meno il nostro premier non ha fatto ridere.

© Riproduzione Riservata.