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DIETRO LE QUINTE/ Mattarella candida Minniti al governo nel 2018

Che cosa ha veramente significato l'irrituale intervento di Mattarella a favore di Minniti contro la linea Delrio? Si tratta di un chiaro messaggio per il dopo-voto. NICOLA BERTI

Marco Minniti, ministro dell'Interno (LaPresse) Marco Minniti, ministro dell'Interno (LaPresse)

Tentativi di ricostruzione e commenti si sono susseguiti senza interruzione dopo il pronunciamento del Quirinale a favore del ministro dell'Interno Minniti sulla gestione dei flussi migratori. Sia i primi che i secondi si sono distribuiti a ventaglio. Ferma restando per tutto la "prima volta" di Sergio Mattarella nell'intervenire sull'attualità più calda nell'attività di governo e nel confronto politico pre-elettorale, i punti di vista degli opinionisti si sono divisi. 

Da un lato alcune letture "emergenzialiste" e in fondo "minimaliste". Lo scontro interno al governo e alla sua maggioranza parlamentare — scontro incarnato dal titolare del Viminale e dal ministro per le Infrastrutture Graziano Delrio — avrebbe messo improvvisamente a repentaglio la tenuta stessa dell'esecutivo: forse anche in seguito a una minaccia di dimissioni da parte di Minniti dopo gli attacchi di Delrio alla linea della fermezza sul dossier migranti-Ong. La posizione informale filtrata l'altra sera dal Quirinale sarebbe stata quindi nulla più che un affannoso atto di pompieraggio su un incendio inavvertitamente acceso da due ministri "comari" e lasciato pericolosamente propagare dal premier Paolo Gentiloni, nel silenzio del leader Pd, Matteo Renzi. Di qui le conclusioni piuttosto rituali sul ruolo di garanzia ultima del Capo dello Stato nell'ennesima stagione di "politica debole", anticamera preoccupante di un lungo autunno di campagna elettorale.

Ma non sono mancate letture meno cronachistiche, anche se inevitabilmente a rischio-dietrologia. Ammesso che Minniti abbia davvero minacciato le dimissioni, l'ex capo del Copasir è tutto fuorché politico dalla pelle morbida: non lo è, quasi per definizione, chi è stato segretario del Pci a Gioia Tauro, membro della direzione del partito con delega ai problemi del lavoro, braccio destro dell'unico premier "comunista" italiano (Massimo D'Alema), segretario organizzativo dei Ds e ministro della Difesa nel governo Amato-2 (a proposito: il nome di Amato, oggi giudice costituzionale, è tornato a circolare come possibile premier istituzionale, due anni dopo aver perduto proprio con Mattarella la contesa per il Quirinale, che gli sembrava destinato sotto gli auspici del primo "Nazareno" fra Renzi e Silvio Berlusconi). 

Da un "ministro di polizia" con questo curriculum è comunque lecito attendersi la svolta rigorista del "codice di condotta" per le Ong nel canale di Sicilia, mentre è assai meno verosimile giunga una bizza agostana per un'intervista arrabbiata di un collega ministro, evidentemente premuto dai settori del centrosinistra più critici verso la stretta su migranti e volontari. A minor ragione è ipotizzabile una reazione a catena di un premier "senza più parole" e un intervento più unico che raro da un presidente della Repubblica che ha fatto della discrezione uno stile istituzionale.  

La sedia vuota di Minniti in Consiglio dei ministri — questa pare confermata — ha invece spinto molti a congetturare ciò che un tempo si sarebbe definita un'"operazione politica": la gestione attenta di un'iniziativa di governo sul complesso scacchiere degli equilibri interni del Pd, della campagna elettorale e del dopo voto. Per la verità non si tratterebbe neppure di un passaggio eccezionale: non da oggi Minniti è considerato — assieme allo stesso Delrio — una ruota di scorta dello stesso Gentiloni per la possibile candidatura a premier di un governo di coalizione. Naturalmente dopo un voto che vedesse il Pd emergere come primo partito, pur in una contesa proporzionalista. 

E' invece il "quasi-endorsement" del Quirinale — molto diverso da quello di Giorgio Napolitano a Mario Monti nel drammatico autunno 2011 — a conferire allo scenario una cornice singolare. E' chiaro che Mattarella né sul piano istituzionale né tantomeno su quello politico-personale ha inteso esprimersi a favore di un cognome piuttosto che di uno schieramento parlamentare. Nella sua presa di posizione è invece possibile scorgere una lettura oggettiva. 

Il capo dello Stato sembra molto preoccupato che il governo si mostri paralizzato sulla questione migranti: verso l'interno del Paese e verso l'esterno. Ancora, è un presidente della Repubblica che si prepara a trarre le conseguenze istituzionali di un voto che si annuncia fortemente caratterizzato dall'emergenza migranti. Sarà lui a conferire l'incarico a un candidato premier emerso da un voto proporzionalista: un futuro premier che non potrà eludere la questione-migranti tanto quanto dovrà riaprire il dossier del debito pubblico e molti altri. 

Ecco, Mattarella sembra avvertire (tutti): vorrei poter dare l'incarico a un uomo politico che (ri)cominci ad affrontare veramente i problemi del Paese. E preferisco che un politico quando ricopre un incarico di governo si occupi di quello e non si metta in aspettativa per la campagna elettorale (quello che ha fatto Renzi nel 2016 prima del referendum sulle riforme, ndr). 

Che a farlo capire sia un fondatore del Pd al termine di una legislatura piena (la prima) connotata da tre governi a guida Pd aggiunge solo interesse a un passaggio che difficilmente è stato dettato dalla calura estiva. 

Non sono più i tempi in cui un italiano poteva andare in vacanza lontano all'inizio di agosto con un governo Spadolini e ritornare scoprendo in carica un nuovo governo Spadolini. Sono invece tempi in cui un Paese come l'Italia non può permettersi di restare senza governo per anni come una Spagna o un Belgio. E' un Paese che ha forse ancora una chance per coniugare democrazia e governabilità nel ventunesimo secolo. Mattarella ci sta provando. 

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