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SPILLO/ Boeri e i nuovi Di Pietro della Seconda repubblica

Deve preoccupare, dice BARTOLOMEO DIAZ, l'atteggiamento che viene tenuto da alcuni tecnici, che di fatto fanno politica pur non essendo sottoposti al giudizio elettorale

Tito Boeri (Lapresse) Tito Boeri (Lapresse)

Agli albori di tangentopoli giornali e telegiornali facevano a gara a intervistare Antonio Di Pietro, sostituto procuratore della Procura di Milano che dette l'avvio a quella che fu definita dalle cronache e dalla storia una rivoluzione che rovesciò l'assetto politico e istituzionale della Prima repubblica. Cossiga in un'intervista sentenziò: "Di Pietro è in politica anche se non lo sa". Non compresi subito quel passaggio, in quanto Di Pietro entrò in politica molto tempo dopo. Solo successivamente compresi che quando divieni famoso per le cose che dici o il ruolo che rivesti tanto da creare correnti di pensiero o consensi, sei già in politica anche se fai - bene o male -, altri mestieri.

Orbene, in questi giorni due burocrazie, nel senso di due strutture amministrative al servizio del Governo, lanciano apocalittiche dichiarazioni contro le proposte dei presidenti delle Commissioni parlamentari di Camera e Senato di riportare in sede politica le decisioni in tema di pensioni e welfare. In una corretta dinamica istituzionale, i vertici di questi uffici o Agenzie dipendenti dal Governo, qualora riscontrassero dei rischi tecnici da queste proposte, dovrebbero o dimettersi o redigere approfonditi e puntuali rapporti riservati ai propri referenti politici, i rispettivi Ministri, ai quali e solo ai quali spetterebbe una replica sul piano politico ai rappresentanti del Parlamento.

Invece no. Assistiamo a una vicenda paradossale, nella quale il Presidente dell'Inps - Agenzia governativa alle dipendenze del ministro del Lavoro -, replica con toni apocalittici e dati terroristici, ai Presidenti delle Commissioni parlamentari - unica istituzione composta da rappresentanti scelti direttamente o indirettamente dai cittadini -, rei di aver proposto di riportare in sede politica e non tecnica una delicata scelta politica, ovvero quella di posticipare l'elevazione a oltre 67 anni dell'età per poter andare in pensione di vecchiaia.

Ora il sistema previdenziale italiano è notoriamente il più solido e rigoroso tra quelli occidentali e, a parte il Presidente dell'Inps e il Fondo monetario internazionale - del quale non si ricorda negli ultimi 30 anni una ricetta economica suggerita o adottata che non abbia portato al fallimento o alla bancarotta il Paese in questione -, il giudizio è internazionalmente condiviso. Pertanto, non essendo più l'Italia in emergenza economica, queste scelte sono e dovrebbero essere politiche e in quella sede dovrebbero essere riportate.

In questa vicenda ciò che preoccupa non è solo il merito della vicenda che pure presenta elementi critici, ma e soprattutto, il metodo, ovvero l'assunzione di un ruolo politico da tecnici irresponsabili, nel senso di soggetti (i tecnici) che a differenza dei politici non si sono sottoposti al vaglio di un giudizio elettorale. Insomma, parafrasando Cossiga stanno facendo politica e non il loro mestiere, con l'aggravante, nel caso di specie che gli attuali attori lo fanno consapevolmente, senza rischi e con riferimenti internazionali e finanziari chiari.

Ci aspettiamo dalla politica, di ogni orientamento ideale, una risposta forte o quantomeno qualcosa di simile alla replica che fece Charles Dickens alla pubblicazione da parte di un giornale del suo necrologio "Caro Direttore apprezzo la sua citazione che al momento però risulta alquanto prematura". Per quanto riguarda il welfare e la previdenza, così come la insegnano alla Bocconi, abbiamo già visto all'opera il Prof. Monti con la riforma Fornero, non vorremmo sperimentare di nuovo le loro ricette "cucinate" dalle loro brutte copie che amano così tanto i poveri da volerli replicare.

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