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Politica

SPILLO/ La "pornografia del male" e le intercettazioni: la porta stretta dei "grandi" giornali

Federica Sciarelli è stata accusata di "pornografia televisiva" dagli stessi colleghi che difendono il diritto assoluto di pubblicare le intercettazioni giudiziarie. ANTONIO FANNA

Federica Sciarelli (Lapresse)Federica Sciarelli (Lapresse)

Federica Sciarelli è finita sulla graticola - arroventata soprattutto dai colleghi - con l'accusa di "pornografia del male" in tv a proposito dei servizi di "Chi l'ha visto?" sul femminicidio di Noemi Durini. La querelle in sé non meriterebbe eccessiva attenzione perché ormai stagionata. Generazioni di giornalisti contemporanei hanno sperimentato quanto sia ogni giorno più contraddittoria l'antica rivendicazione di Indro Montanelli, "è il lettore il mio padrone ultimo". Nella realtà il Lettore si rivela spesso un Padrone più duro e sgradevole di ogni Editore o Potere. È il Lettore che, spesso, chiede fake news o "pornografia" (più o meno figurata), che alla fine il giornalista finisce per fornirgli: a rischio di essere messo altrimenti fuori Mercato, nell'era dello share e dei rating sul web.  Ma questo avviene quotidianamente e non è questo a incuriosire del "caso Sciarelli".

Colpisce, piuttosto, che fra i critici della giornalista di Rai3 vi siano giornali o giornalisti che in questi stessi giorni sono tornati in trincea contro l'ennesimo tentativo di governo e Parlamento di regolamentare l'uso delle intercettazioni giudiziarie: anzitutto la loro diffusione sui media. Che differenza c'è fra la pubblicazione selvaggia di verbali e colloqui telefonici registrati dagli inquirenti e il collegamento in diretta con i genitori di un giovane assassino che sta confessando? A parità di "pornografia" sostanziale, il secondo è legale (se c'è il consenso degli intervistati), la prima è quasi sempre illegale. Eppure alla Sciarelli è stato detto che avrebbe fatto meglio ad auto-censurarsi (lo stesso è stato detto pochi giorni fa a Libero sui particolari degli stupri di Rimini) mentre le stesse voci continuano a difendere l'osservazione dal "buco della serratura" di politici o uomini d'affari come affermazione quotidiana e assoluta di libertà di stampa, di "democrazia".

È certamente una porta stretta, molto stretta, quella del giornalismo democratico (senza virgolette): una porta nella quale peraltro i giornalisti rischiano di incastrarsi di soli. D'altronde non è restando sulla soglia a polemizzare fra loro con slogan o luoghi comuni che la porta stretta può essere attraversata. Può essere ricostruita, ammodernata: una democrazia vera e funzionante sa riflettere e decidere sui propri standard di trasparenza formale e sostanziale, su ciò che è "democratico" o "pornografico". E se e in quanto vale per la Sciarelli, vale anche per il suo compagno di vita: il pm napoletano John Henry Woodcock.

Vale per tutti: anche per Milena Gabanelli, collega della Sciarelli in Rai, al momento polemicamente autosospesa. Se il suo giornalismo disturba solo il leader Pd Matteo Renzi nella vigilia elettorale, ha ragione la categoria a schierarsi con lei, premendo sul Parlamento che vigila sul servizio pubblico televisivo. Se invece a porre interrogativi è il "metodo Report" (ad esempio l'approccio inquisitorio o i brandelli di registrazione utilizzati mesi dopo) allora la comunità giornalistica per prima dovrebbe confrontarcisi: con criteri professionali, non politico-ideologici. La democrazia reale, imperfetta quanto si vuole, è una conquista quotidiana.

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