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Politica

RISULTATI ELEZIONI 2018/ Il Pil-pro-voto e l'ombra della "wild coalition" sull'Italia spaccata

Il peso del pil-pro-voto e l'ombra di una "coalizione selvaggia" fra Lega e M5S su un'Italia spaccata in due: con il centrodestra egemone al Nord. NICOLA BERTI

Luigi Di Maio (LaPresse)Luigi Di Maio (LaPresse)

Mano a mano che i risultati reali subentrano ad exit polls e proiezioni prendono forma le risposte alle domande-chiave di "Italia18". M5s sembra aver superato la "linea rossa" del 30%, utile ad accreditare una chiara investitura elettorale per la guida del Paese. Il Pd non sembra aver tenuto la trincea del 20%, spartiacque fra insuccesso e sconfitta. La coalizione di centrodestra avvista la soglia-vittoria dell 40%, ma non la aggredisce. Sembra intanto materializzarsi la semi-sorpresa della domenica elettorale: la Lega ha superato Forza Italia nella guida nell'ex fronte di opposizione.

Com'era nelle previsioni, bisognerà attendere l'alba perché percentuali importanti di voti reali scrutinati diano indicazioni affidabili: fermo restando che i numeri che conteranno davvero saranno i seggi assegnati nelle due Camere a spoglio ultimato e a calcoli proporzionali effettuati.

I primi segnali, in ogni caso, sono poco equivoci. Il nuovo Parlamento italiano è senza maggioranza: "impiccato", ha subito chiosato da Londra l'ex capo-economista del Tesoro, Lorenzo Codogno, pronosticando "una reazione negativa dei mercati".

E' indubbio che M5s progredisca e consolidi il suo profilo di prima forza politica del Paese. Nel 2013 il Pd "non vittorioso" potè trattare inizialmente da pari a pari con i grillini e - soprattutto - la coalizione di centrosinistra emerse da subito come capace di garantire un'intera legislatura di governo. Cinque anni dopo è invece probabile che neppure l'intera coalizione di centrosinistra (privata dei voti LeU) riesca a eguagliare lo score del partito guidato da Luigi Di Maio. Anche nel centrodestra, d'altronde, entrambi i partiti-pilastro - considerati singolarmente - sembrano valere attorno alla metà dei pentastellati. E questi ultimi valgono più o meno un'ipotetica "piccola coalizione" Pd-Fi e forse due terzi di una "grande", allargata alla Lega o a suoi settori.

Nel quadro in via di delineazione dallo spoglio non può essere trascurata l'ipotesi di una wild coalition fra M5s e Lega: quasi un italiano su due ha votato per uno dei due partiti considerati "populisti".  Ma i rispettivi risultati attendono iun'importante "pesatura": quella della distribuzione geografica. Sarà importante vedere in che misura verrà confermata la duplice aspettativa di "cappotto", consolidatasi alla vigilia della domenica di voto e confermata nella notte: per il centrodestra al Nord (con l'unica eccezione del Trentino-Alto Adige) e per M5s al Sud. Al traguardo di "Italia18" non sarà indifferente il Pil-pro-voto "Un'Italia spaccata in due" sarà probabilmente il titolo più realistico, nell'immediato, per descrivere il post 4 marzo. E questa situaizone non sembra favorire un rapprochement fra Lega e M5s: tenuto conto degli orientamenti moderati di leader ancora molto "nordisti" come Roberto Maroni o Luca Zaia.

Un esercizio ulteriore - a quest'ora - può essere svolto assumendo risultati medi nelle forchette degli exit polls e deducendo in estrema sintesi sbocchi politici presunti: sulla base degli annunci delle singole coalizioni e di alcuni teoremi formulati negli ultimi giorni da autorevoli commentatori.

Una "grande coalizione" fra centrodestra e centrosinistra sembra possedere i numeri, ma la pesante battuta d'arresto el Pd solleva incognite di tipo politico e sembra mettere in forte dicussione l'ipotesi di una conferma a Palazzo Chigi di Paolo Gentiloni. La misura dell'affermazione di del centrodestra potrebbe quindi far pendere la bilancia della grande coalizione a favore di Antonio Tajani: il presidente del Parlamento europeo designato da Silvio Berlusconi e tacitamente accettato dalla Lega, almeno fino a stanotte.

E' troppo presto, naturalmente, per abbozzare anche solo un mosaico di Consiglio dei ministri: dove tuttavia difficilmente potranno essere confermati (almeno assieme) il ministro dell'Economia Piercarlo Padoan (il ministro-ombra nel centrodestra è Renato Brunetta) e quello dell'Interno Marco Minniti (sull'altro versante Maroni è già "in pectore" per il ritorno al Viminale).

Il risultato di LeU - al di sotto delle attese nei polls - sembra vanificare ogni velleità di ruolo "pontiere" fra Pd e M5s per un diverso "governo del presidente", ipotizzato da Massimo D'Alema, sulla scia del tentativo di Pierluigi Bersani cinque anni fa.

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