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Politica

SAVIANO/ Togliergli la scorta? No, prima i contratti con la tv pubblica

Perché Saviano (che ha il diritto di dire quello che gli pare) non pensa alle conseguenze? Idea: vada a Parigi e ci faccia un reportage sul sovranista Macron. NICOLA BERTI

Roberto Saviano (a destra) con Emma Bonino (LaPresse)Roberto Saviano (a destra) con Emma Bonino (LaPresse)

Roberto Saviano — per storia personale e impegno letterario e giornalistico — è un testimone dell'opposizione civile alla criminalità organizzata nel suo Paese. Se per questo è oggetto di minacce da parte di quella criminalità, il governo del Paese ha il dovere di garantirgli la sicurezza con forme adeguate: non diversamente da come provvede ai testimoni giudiziari o ai pentiti anti-mafia. Non diversamente da come hanno diritto che il ministro degli Interni provveda alla loro sicurezza tutti coloro che risiedono o circolano regolarmente nel Paese: a Secondigliano come a Quarto Oggiaro, a Pozzallo come a Casamonicaland, a Milano, Roma, Napoli, Pantelleria e Capri.

Quando Roberto Saviano utilizza il suo impegno civile e la sua visibilità letteraria a fini di lotta politica nel suo Paese, continua ad avere diritto alla sicurezza di cittadino, ma non può pretendere che una sua libera scelta di opinione e militanza politica non porti con sé delle conseguenze oggettive. Non quella che il ministro dell'Interno — oggetto dei suoi strali violenti — gli revochi la scorta, ma che lo stesso ministro gli possa rispondere ricordandogli fatti: cioè che trascorre molto tempo fuori Italia, dove una scorta adeguata lo protegge regolarmente fino dentro lounge di prima classe in partenza per New York. Un vicepremier — attaccato da Saviano ai limiti dell'insulto personale su una scelta di governo — non avrebbe commesso alcun sacrilegio neppure ricordando allo scrittore un'altra concreta solidarietà manifestatagli dallo Stato italiano: i ripetuti contratti di collaborazione offertigli dalla tv pubblica.

Quando Roberto Saviano dalle pagine del quotidiano francese Le Monde sostiene che il nuovo governo entrato in carica in Italia dopo elezioni democratiche è "un male irreparabile", si atteggia a fuoriuscito: come Sandro Pertini muratore nella Francia degli anni Trenta del secolo ventesimo (ma allora a Roma c'era un dittatore). Oppure vuol rimettersi come sfondo la Francia degli anni Settanta: dove Toni Negri latitante (lui però si definiva "esiliato politico") insegna all'Istituto Hyperion di Parigi, mentre il nouvel philosophe Felix Guattari si precipita a Bologna per incitare Autonomia operaia contro l'amministrazione-simbolo del Pci. La Parigi nella quale Sartre si fa intervistare da Lotta Continua, quella del retiro corrucciato di Rossana Rossanda, ultima vestale del Manifesto.

Non sappiamo se Saviano si rivelerà un nuovo Pertini; o almeno: finora non è stato così (anche se alcuni anni fa, prima dell'avvento di Matteo Renzi, l'Espresso — su cui Saviano scrive — tentò con lui un ballon d'essai pre-elettorale). Speriamo invece — per lui e per gli altri italiani — che non si riveli mai un nuovo Toni Negri. 

Quel che è certo è che il gauchismo francese della seconda metà del '900 — intellettuale e antagonista, dal maggio '68 fino alla lunga presidenza Mitterrand — ha esaurito ogni minima rilevanza politica. Lo hanno certificato da ultimo le libere elezioni democratiche di un anno fa: quelle che hanno dato il potere di governare la Francia a Emmanuel Macron, il presidente cui l'Italia odierna provoca lo stesso vomito che affligge Saviano. Un classico paratecnocrate francese, sovranista e dirigista reale in casa e globalista a senso unico fuori, da sempre in odore di collegamenti forti sovranazionali.

Ecco: un new journalist tutt'altro che disprezzabile come Saviano in trasferta a Parigi potrebbe condurre un bel reportage sulla Francia di Macron. Quella vera: che comunque nessun giornalista francese ha mai pensato di raccontare dall'Italia, auto-dichiarandosi rifugiato politico. E' una Francia cui neppure la redazione-salotto di Le Monde è in fondo molto interessata. Nel 2010 a rifinanziare il quotidiano in bancarotta sono stati Matthieu Pigasse (un ricco banchiere di Lazard, impegnato fra l'altro dal governo francese di ristrutturare il debito della Grecia); Xavier Niel, il web-finanziere che tre anni fa tentò in Italia un contro-raid su Tim in concorrenza francese con Vincent Bolloré; e il patron di Yves de Saint Laurent, Pierre Bergé, da poco scomparso. La solita Francia amicissima dell'Italia quando quest'ultima accetta di restare Cisalpina: le frontiere devono essere e sono aperte per trasferire la Gioconda al Louvre o consentire a Vivendi di scalare Tim o a Saviano di lanciare i suoi j'accuse. Devono invece sempre rimanere sigillate per i migranti a Bardonecchia o Ventimiglia.

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