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Politica

LEGITTIMA DIFESA/ Perché il "diritto" a uccidere ci scivola addosso come se niente fosse?

Forza Italia ha presentato una proposta di legge sul diritto alla difesa. O, per meglio dire, sul diritto a uccidere, dice DANIELE MARCHETTI. La volata al far west è iniziata

Mariastella Gelmini (Lapresse)Mariastella Gelmini (Lapresse)

Come di consueto, nel tumulto di un'informazione sempre più abusata e urlata, le questioni dirimenti, quelle che poggiano sull'etica e hanno a che fare con la scala dei valori individuali e, più in generale, di un'intera nazione, rischiano di passare sotto silenzio. È il caso della proposta di Forza Italia sul "diritto" alla difesa. Meglio, sul "diritto ad uccidere".

Al di là della strumentalità elettoralistica della questione, innescata dalla fobia dell'insicurezza e dal miraggio del "porto sicuro" dell'arma da "compagnia", la proposta di legge azzurra cozza e, per tanti versi, sovverte una moralità consolidata basata sui valori cristiani (e laici) del "non uccidere". Del non uccidere; mai!

Non bastava la legittima difesa commisurata all'offesa. Adesso la proposta(-sfida) è la "legalizzazione dell'uccidere". E forse non basta ancora: la proposta — come ha ben spiegato l'on. Gelmini "vogliamo riconoscere la difesa come un diritto vero e proprio", "vogliamo affermare che la difesa sia sempre legittima" — mira ancora più in alto, al riconoscimento del "diritto" a uccidere.

La volata verso il far west è lanciata. E proprio dai banchi di chi, giustamente e orgogliosamente, rivendica l'appartenenza cattolica. Dal "non uccidere" al "diritto di uccidere". In questo passaggio è racchiuso lo zeitgeist; quel cambio di paradigma che identifica e sintetizza compiutamente la società individualista e la scala di valori che da esso scaturisce.

Paura uguale diritto di uccidere! Così l'esigenza (innata) alla sicurezza (personale) surclassa ogni altra questione, persino lo stesso valore della vita. Tutto il resto è abolito: il senso di comunità, il senso del diritto, il senso del limite, il senso del rispetto. Tutto sacrificato sull'altare della paura. Un'aberrazione persino per il Dna della cultura laica.

Riflettere, dibattere, accalorarsi, scontrasi su questi argomenti dovrebbe essere un imperativo morale prima ancora che culturale. Un bisogno della coscienza prima di ogni indignazione razionale. Eppure il silenzio regna sovrano e tutto scivola addosso a una società ormai non più neppure liquida, indifferente o evanescente, ma decisamente greve (pesante come un corpo morto) e supinamente impermeabile.

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