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Politica

INTERGRUPPO/ 5 sfide alla portata di tutti: il vero contratto per cambiare l'Italia

Nessun uomo e nessun Paese è un'isola. L'Italia può e deve ripartire. L'INTERGRUPPO PARLAMENTARE PER LA SUSSIDIARIETA' ha firmato un documento, fatto di punti realizzabili e condivisi

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Nessun uomo (e nessun Paese) è un'isola. L'Italia non sfugge a questa regola. La mutata situazione internazionale, da anni, attraverso la globalizzazione, ha creato una situazione di interdipendenza che vede il protagonismo di nuovi Paesi e dei loro popoli che hanno intrapreso la via dello sviluppo economico. I Paesi sviluppati devono prendere atto della nuova situazione, pena una perdita in termini di ricchezza e reddito con inevitabili conseguenze sul piano del welfare e della povertà. 

Detto in altre parole: se l'Italia non cambia, non reimbocca cioè la via dello sviluppo, si impoverirà. Se non c'è sviluppo i giovani non avranno lavoro, non avranno reddito, non avranno la pensione. Lo sviluppo implica un cambiamento. I problemi dell'Italia non sono innanzitutto interni, sono piuttosto all'interno di questa congiuntura globale.

Non è più possibile fare le cose come si facevano prima. Si deve fare altro. 

Da dove ripartire?

Nella nostra storia anche recente possiamo trovare esempi e metodo di uno sviluppo: il patto per il bene comune stretto tra forze politiche e sociali dopo la Seconda guerra mondiale, quel compromesso virtuoso da cui è nata la Repubblica, la Costituzione e che generò il boom economico che stupì il mondo. I protagonisti di quella ripresa furono i partiti, le imprese e i corpi intermedi, associazioni che si formano alla base delle società e che svolgono una funzione importante di difesa di diritti, di risoluzione di problemi e di partecipazione attiva e articolata alla vita di uno Stato democratico, luoghi fisici dove la gente aggrega e viene educata a confrontarsi per il raggiungimento di un bene comune.

I corpi intermedi sono oggi in crisi. Sono diventati autoreferenziali e corporativi. I sindacati spesso si arroccano nella difesa di chi è già garantito rispetto ai giovani o ai bisognosi non tutelati. Anche il mondo cattolico si presenta diviso. In generale, viviamo in una società sempre più "individualizzata" e disintermediata, che non favorisce la costruzione di senso e il rafforzamento dei valori condivisi. La conseguenza del venire meno nell'esperienza del nostro popolo del ruolo dei corpi intermedi ha portato, come denunciava il Rapporto Censis del 2010, a un vuoto in cui "ogni giorno di più il desiderio diventa esangue", essendo invece il desiderio "la virtù civile necessaria per riattivare la dinamica di una società troppo appagata e appiattita". 

Il problema dell'Italia, l'assenteismo sul lavoro, la mancanza di produttività, il calo demografico, le disuguaglianze che crescono sono figli della mancanza del desiderio. Se la capacità imprenditoriale non cresce, se nel pubblico si cerca solo il posto fisso, se la solidarietà viene meno, se la voglia di politica non c'è, è perché il desiderio non diventa azione sociale. La spinta propulsiva sullo sviluppo in Italia è venuta meno perché è venuto meno l'io, che ha nel desiderio l'espressione "del suo bisogno e la volontà di superare il vuoto" (Censis). O meglio, si è affermato un Io iper-individualista, slegato dalle appartenenze comunitarie, incentrato su se stesso e su un eterno presente che mette a rischio la tenuta della collettività e l'idea di futuro. Un Io privato di un orizzonte di senso e di legami sociali.

Bisogna tornare a parlare con le persone per rimetterle al centro della comunità e per ricostruire quest'ultima intorno a valori condivisi. Rimettere la persona al centro purtroppo è diventato solo uno slogan. L'io è desiderio, è aspettare, è voglia di combattere, di costruire, è relazione, è rapporto, è incontro. L'io è il soggetto protagonista che ricostruisce i corpi intermedi, che in nome del suo ideale sa costruire in dialogo con gli altri. Ma serve un altro Io, diverso da quello contemporaneo.

Le classi dirigenti del Paese, allora, hanno oggi la responsabilità di convergere verso un nuovo patto per il bene comune, economico e politico.

Negli ultimi anni è successo l'esatto opposto. Si è pensato che per uscire dalla crisi della Prima Repubblica si dovesse delegittimare l'avversario e incentrare il conflitto politico prevalentemente su uno scontro tra singole personalità, depotenziando ulteriormente il ruolo e la percezione dell'importanza dei corpi intermedi e della rappresentanza. 

Non serve oggi ulteriore discredito su tutto e tutti, ma dialogo e collaborazione tra più forze, diverse tra loro ma capaci di costruire soluzioni condivise da proporre e discutere opportunamente in Parlamento. Occorre, come ha detto il Capo dello Stato Sergio Mattarella al Meeting di Rimini nel 2015, "recuperare interamente il senso del vivere insieme" perché "le grandi sfide di oggi si possono affermare e governare soltanto ricercando e trovando politiche comuni e impegni condivisi". 

Dialogo e incontro: è questo, fin dalla sua nascita nel 2003, il metodo dell'Intergruppo. La sussidiarietà ne è il contenuto. Il rapporto con il mondo culturale-scientifico e accademico, l'elaborazione di proposte di legge (l'esempio più noto è quello del 5 per mille), l'ascolto di personalità internazionali e la formazione dei giovani è il suo modus operandi.

Nel 2001, quando con la riforma costituzionale il principio di sussidiarietà fu inserito nella nostra Carta fondamentale, si sottolineò solennemente l'importanza storica dei corpi sociali intermedi. Oggi constatiamo l'attualità di questo giudizio. La politica deve saper valorizzare, armonizzare e sintetizzare questi tentativi dal basso realizzati dalle realtà economiche e sociali ed è questo il senso della sussidiarietà orizzontale, come deve cogliere e valorizzare le novità che giungono dagli enti territoriali applicando così il principio della sussidiarietà verticale. 

Tutto ciò si declina nel campo delle imprese, del Sud, dell'educazione, del welfare, delle istituzioni.

Le imprese — Le piccole e medie imprese di qualità sono un attore non sostituibile dalla grande impresa per via della loro flessibilità e della capacità puntuale e specifica di innovazione. Questa nuova visione economica spinge a rinnovare, e non a rottamare snaturandolo, il sistema produttivo italiano. Tale impostazione è ulteriormente incentivata dalla prospettiva dello sviluppo sostenibile, al quale sono orientati gli obiettivi individuati nell'Agenda 2030 delle Nazioni Unite.

Nella sfida sussidiaria dal basso per aumentare la competitività dell'Italia va superato il sistema degli incentivi a pioggia impostando politiche che premino chi innova, chi fa formazione, chi esporta, chi crea occupazione, merito e best practices.  

Inoltre è necessario tutelare e difendere dalla contraffazione i nostri prodotti simbolo di qualità.

Il Sud — La debolezza del Sud si è aggravata. La via d'uscita da questa deriva passa da un rovesciamento dell'ottica con cui lo si concepisce. Il Sud non è la periferia del Nord Europa e dell'Italia. È, in linea con un'intuizione secolare, un centro. Con il suo ruolo di raccordo con l'Europa per i Paesi del Medio Oriente, del Nord Africa, dell'Africa sub-Sahariana e dei Balcani, è il centro geopolitico, sociale, culturale ed economico di una delle aree di maggiore interesse al mondo, quella del bacino del Mediterraneo.

In particolare:

- il potenziamento del Canale di Suez e la crescita produttiva del Far East lo ricolloca al cuore delle strategie marittime internazionali, se vi saranno porti e infrastrutture ferroviarie adeguati;

- le prestigiose università dell'Italia meridionale possono essere luoghi di formazione del capitale umano delle coste sud ed est del Mediterraneo (con Paesi desiderosi di sviluppo e in cui il 50% della popolazione è sotto i 30 anni);

- il fattore clima permette che la trasformazione dell'agricoltura estensiva in agricoltura di qualità (come sta avvenendo con la viticoltura) diventi un modello;

- l'energia sia per condizioni logistiche che climatiche può costituire un'altra eccellenza;

- ambiente e natura, mare, cultura e monumenti, tradizione e cucina possono rendere il Sud luogo di turismo d'alto livello internazionale con possibilità di grande sviluppo e indotto anche occupazionale; 

- la difesa e l'incremento delle grandi imprese può affiancarsi allo sviluppo di piccole e medie imprese che in settori specializzati possono reggere la concorrenza internazionale.

L'emergenza educativa — Siamo di fronte a un'Italia sempre più vecchia dal punto di vista demografico, dove aumentano i giovani che non studiano né lavorano (Neet), con percentuali ancora elevate di abbandoni scolastici, con un sistema dell'istruzione che nella scuola secondaria ha i docenti più anziani rispetto agli altri Paesi europei e un costo per il bilancio dello Stato che vale il 3,7% del Pil contro una media Ocse del 4,8. La fotografia scattata dall'Invalsi sullo stato di salute del nostro sistema educativo e formativo ritrae significativi divari geografici. Nel 2018 lo studente della scuola secondaria di primo grado del Sud Italia conosce poco l'italiano e in inglese mostra lo stesso livello del suo compagno figlio di immigrati. Inoltre, se proviene da una famiglia di origini modeste, molto probabilmente si iscriverà a un istituto tecnico, piuttosto che a un liceo. In Campania, Calabria, Sicilia e Sardegna più della metà degli studenti sono a un livello inferiore rispetto a quello richiesto dalle Indicazioni nazionali.

Un sistema che mostra queste discrepanze territoriali non è un sistema equo, in grado di offrire le stesse opportunità a tutti i bambini e i ragazzi. Se è vero che negli ultimi anni la dispersione scolastica è calata grazie ad una serie di importanti interventi, ne servono ulteriori per colmare gli squilibri territoriali, di genere o legati alla cittadinanza. L'obiettivo deve essere abbattere il tasso di abbandono al di sotto del limite europeo fissato al 10% e aumentare gli investimenti per elevare il livello delle conoscenze e competenze di base e di cittadinanza. 

Il tema delle povertà educative oggi rappresenta la sfida cruciale dei governi e chiunque si occupi di istruzione, educazione e formazione deve sostenere l'apprendimento formale, non formale e informale come strumento fondamentale per promuovere e sostenere la realizzazione personale, la cittadinanza attiva, l'inclusione sociale e l'occupabilità a prescindere dalle condizioni familiari di partenza e dalle aree di origine. In tal senso, l'apprendimento — in tutte le sue forme — è lo strumento che permette di maturare le competenze necessarie per consentire alle persone di informarsi in modo consapevole e diventare cittadini responsabili. Ma le emergenze educative non si combattono solo a scuola. Si tratta di intervenire anche per rafforzare l'interazione e la relazione tra scuola, settore non formale (famiglie, associazioni locali, gruppi "amicali") e settore formale (organizzazioni sociali del pubblico, privato e non profit), realizzando reti di sostegno e assistenza per i bambini e ragazzi più fragili. I percorsi educativi vanno, dunque, costruiti attraverso le relazioni con l'intera comunità territoriale: le famiglie, le associazioni, il volontariato, gli oratori che svolgono un ruolo decisivo per far crescere una comunità educativa e un territorio. Le scuole, dunque, si devono allargare alla dimensione territoriale della quale riconoscono le potenzialità per realizzare alleanze formative e organizzative.

Di fronte, infine, ai dati allarmanti che riguardano i giovani su dipendenze, uso di sostanze, ludopatia, atti di bullismo, appare sempre più urgente procedere verso un cambio di paradigma. Occorre rimettere al centro, anche dell'azione scolastica o formativa, i ragazzi, valorizzando le autonomie territoriali e le singole istituzioni scolastiche con un'autonomia organizzativa, educativa e didattica che coinvolga insegnanti, genitori, studenti in un nuovo patto educativo esteso all'intero sistema di istruzione sia esso statale o paritario, attuando finalmente, dopo il riconoscimento della parità giuridica della legge 62/2000, un'effettiva parità scolastica. 

Oltre al ruolo educativo la scuola deve porsi anche l'obiettivo della formazione professionale fondamentale per la crescita costruttiva dei giovani che escono dal percorso scolastico.

Bisogna, infine, scommettere sul sistema universitario con ritorno di investimenti pubblici, e promozione anche qui di una reale autonomia in funzione di differenziazione, specializzazione territoriale e settoriale, ricerca dell'eccellenza qualitativa con forte valorizzazione della prospettiva internazionale. 

Un nuovo sistema di Welfare — Nel nostro Paese sono stati fatti significativi passi avanti per costruire un sistema di welfare maggiormente articolato e interconnesso, in cui pubblico e privato hanno cercato di integrarsi vicendevolmente per affrontare in maniera adeguata i crescenti rischi e bisogni sociali a cui sono esposti i cittadini. Occorre continuare in un approccio partecipativo alle realtà non profit senza indulgere a misure assistenzialistiche, incentivando chi già interviene in questo settore con risultati riscontrabili e perseguendo chi fa della solidarietà solo un nuovo campo d'azione per attingere a risorse pubbliche.

Istituzioni e autonomie — Temi importanti su cui riaprire il dibattito sono quelli della riforma dell'amministrazione, della forma di governo e del destino delle autonomie regionali e locali.

Occorre tornare a confrontarsi sul superamento della fallimentare logica dell'uniformità e del centralismo  a favore di un regionalismo differenziato, assecondando le richieste delle Regioni, che non leda le potenzialità sia delle realtà efficienti sia di quelle inefficienti. Va ripreso il progetto di federalismo fiscale che responsabilizza le autonomie locali in termini di costi, efficacia ed efficienza dei servizi, così come quello della spending review, attuata però non con tagli orizzontali ma legati alla qualità e all'importanza di quello che si propone. Dobbiamo, infine, lavorare per migliorare la capacità di spesa dei fondi strutturali europei (attualmente siamo fermi al 5%, le regioni che superano questa soglia sono quelle dove sono più presenti e operativi i corpi intermedi) che richiede una regia tra istituzioni.

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