sabato 16 gennaio 2010
400 volte. Come si fa ad essere per 400 volte Rigoletto ed essere ancora in forma, motivati, all'altezza? È il mistero Leo Nucci, il grande baritono verdiano che si è di nuovo messo in spalla la sua gobba - si fa per dire - per ritornare alla maschera del buffone, campanelli compresi, alla corte di Mantova. A dirigerlo invece un debuttante scaligero, James Conlon, direttore dell'opera di Los Angeles. Poco Verdi nel curriculum, dunque niente routine e forse poca confidenza con la tradizione. Ma forse è meglio così. Questo Rigoletto, firmato Muti-Deflo-Frigerio-Squarciapino nel '94, è un classico scaligero dell'ultimo ventennio variamente ripreso. Molto rinascimento, molto Mantova vera, monumentale, elegante, asciutta. Ma quando attacca "Questa o quella per me pari sono..." è Verdi e basta: duetti e contrappunti italiani, eleganze malinconiche, vocalità colma di finezze. Irrompe Leo-Rigoletto, malalingua e folletto di corte: danze e maldicenze, albori di intrigo, il duca dongiovanni all'opera, la beffa al conte di Ceprano che Rigoletto alla fine pagherà duramente. L'aria di Monterone ha un ostinato di archi insolito, con certi colori scuri che fanno potente il finale del primo quadro. La festa è finita, la macchinazione è all'opera: niente sarà più come prima. Poi la notte, il tempo oscuro, l'altra faccia del buffone. Il colloquio col sicario Sparafucile, avvolto in un fraseggio lirico strepitoso e sottile (Conlon lo sente, gli dà accenti cameristici). Ecco l'amarezza di Rigoletto, buffone a vita, condannato a non conoscere se non il pianto segreto, dannato dell'effimero. Eppure l'amarezza della maledizione ricevuta in cambio dei suoi lazzi lo inquieta. Unica consolazione (qui Verdi ci regala il primo duetto che tutto rinnova) la figlia Gilda, acqua di fonte cristallina in una vita torbida e senza speranza. Rigoletto, scopriamo, ha un cuore, ha amato ed è stato riamato, nonostante la deformità. Ma ormai chi l'amò non è più, la figlia Gilda è l'unico fiore rimastogli. "Il mio universo è in te", canta il suo cuore di padre, ed è un canto italiano intenso, meraviglioso. Brava Elena Mosuc, superbo Nucci. Ma il duca dongiovanni, Stefano Secco, trama nell'ombra e insidia la fanciulla. Mellifluo la sta avvinghiando nelle sue spire: "È il sol dell'anima" è un'aria perfetta, flessuosa e seduttiva, cosicché Gilda ci casca mani e piedi. "Amiamoci, d'invidia agli uomini sarò per te": il duetto si fa finezza indicibile e happening di reciproci gorgheggi. Ma mente il duca, si finge povero studente, la fanciulla è perduta. CLICCA IL PULSANTE QUI SOTTO PER CONTINUARE LA LETTURA DELL'ARTICOLO
400 volte. Come si fa ad essere per 400 volte Rigoletto ed essere ancora in forma, motivati, all'altezza? È il mistero Leo Nucci, il grande baritono verdiano che si è di nuovo messo in spalla la sua gobba - si fa per dire - per ritornare alla maschera del buffone, campanelli compresi, alla corte di Mantova. A dirigerlo invece un debuttante scaligero, James Conlon, direttore dell'opera di Los Angeles. Poco Verdi nel curriculum, dunque niente routine e forse poca confidenza con la tradizione. Ma forse è meglio così. Questo Rigoletto, firmato Muti-Deflo-Frigerio-Squarciapino nel '94, è un classico scaligero dell'ultimo ventennio variamente ripreso. Molto rinascimento, molto Mantova vera, monumentale, elegante, asciutta. Ma quando attacca "Questa o quella per me pari sono..." è Verdi e basta: duetti e contrappunti italiani, eleganze malinconiche, vocalità colma di finezze. Irrompe Leo-Rigoletto, malalingua e folletto di corte: danze e maldicenze, albori di intrigo, il duca dongiovanni all'opera, la beffa al conte di Ceprano che Rigoletto alla fine pagherà duramente. L'aria di Monterone ha un ostinato di archi insolito, con certi colori scuri che fanno potente il finale del primo quadro. La festa è finita, la macchinazione è all'opera: niente sarà più come prima. Poi la notte, il tempo oscuro, l'altra faccia del buffone. Il colloquio col sicario Sparafucile, avvolto in un fraseggio lirico strepitoso e sottile (Conlon lo sente, gli dà accenti cameristici). Ecco l'amarezza di Rigoletto, buffone a vita, condannato a non conoscere se non il pianto segreto, dannato dell'effimero. Eppure l'amarezza della maledizione ricevuta in cambio dei suoi lazzi lo inquieta. Unica consolazione (qui Verdi ci regala il primo duetto che tutto rinnova) la figlia Gilda, acqua di fonte cristallina in una vita torbida e senza speranza. Rigoletto, scopriamo, ha un cuore, ha amato ed è stato riamato, nonostante la deformità. Ma ormai chi l'amò non è più, la figlia Gilda è l'unico fiore rimastogli. "Il mio universo è in te", canta il suo cuore di padre, ed è un canto italiano intenso, meraviglioso. Brava Elena Mosuc, superbo Nucci. Ma il duca dongiovanni, Stefano Secco, trama nell'ombra e insidia la fanciulla. Mellifluo la sta avvinghiando nelle sue spire: "È il sol dell'anima" è un'aria perfetta, flessuosa e seduttiva, cosicché Gilda ci casca mani e piedi. "Amiamoci, d'invidia agli uomini sarò per te": il duetto si fa finezza indicibile e happening di reciproci gorgheggi. Ma mente il duca, si finge povero studente, la fanciulla è perduta.
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