martedì 5 gennaio 2010
Con gli applausi del Teatro Mancinelli al Trio di Roma e alla Enrico Rava PM Jazz Lab si chiude la diciassettesima edizione di Umbria Jazz Winter. Cinque giorni di grande musica a quasi tutte le ore nei luoghi più suggestivi di Orvieto: dal Duomo alle sale di Palazzo del Popolo, dal Museo Emilio Greco ai piccoli club dove ascoltare jazz 'round midnight. Alberghi esauriti, sale piene, code in biglietteria (sempre meglio giocare d’anticipo e acquistare on line), la città in questi giorni di vacanze natalizie si presentava così, con i suoi vicoli stracolmi di persone al seguito della Street Parade dei Funk Off o alla ricerca affannata del luogo di un nuovo concerto. Uscendo dal Teatro tutto sembra già tornato alla normalità, è il momento buono per tirare le somme, soprattutto se si è in compagnia di Franco Fayenz, firma storica della critica jazz, che, con la sua consueta gentilezza e ironia ha ripercorso per ilsussidiario.net i momenti salienti del festival. Questa edizione ha dato spazio ai grandi chitarristi, chiudendo stasera nel segno del jazz italiano. Proviamo a fare un bilancio? Devo dire, innanzitutto, che questa edizione è stata nettamente migliore di quella precedente. L’anno scorso l’errore di fondo fu quello di costruire il festival basandosi su un artista tanto grande quanto inaffidabile, come João Gilberto. Al di là delle scuse, all’ultimo preferì rimanere al caldo in Brasile piuttosto che mettersi in viaggio per Orvieto. Per fortuna in quei giorni Stefano Bollani era disponibile, divenne il “one man festival” e salvò la situazione. Quest’anno, consapevolmente o meno, si sono premuniti con diversi gruppi in residenza, ben scelti e di assoluto valore. I concerti che hanno lasciato il segno? I momenti più belli ce li hanno regalati Jim Hall e Bill Frisell in duo. Non per sminuire Joey Baron alla batteria e Scott Colley al contrabbasso, ma quei due da soli hanno raggiunto vertici straordinari. Mi hanno fatto ricordare un concerto dello stesso Jim Hall al Museo Emilio Greco, qui a Orvieto. Uno di quei posti in cui capisci quanto sia misteriosa l’acustica. Ancora non mi spiego come possa essere così perfetta, con tutte quelle statue. Ad ogni modo, quella volta gli consigliai di suonare una delle sue composizioni più belle, Down from Antigua. La eseguì sussurrando. Ieri invece mi sono segnato una splendida Throughout, Monica Jane e Bag’s Groove del Modern Jazz Quartet. Certo, spiace vederlo in queste condizioni fisiche, non me lo sarei aspettato. Jim per prendermi in giro mi diceva sempre: “Ti porto rispetto, perché sei più vecchio di 15 giorni”. Il che è vero, ma adesso non si direbbe. La formula del duo è stata particolarmente felice soprattutto con John Clayton e John Patitucci al contrabbasso e quando lo stesso Clayton ha suonato con il figlio Gerald al pianoforte… CLICCA IL PULSANTE QUI SOTTO PER CONTINUARE LA LETTURA DELL'ARTICOLO
Con gli applausi del Teatro Mancinelli al Trio di Roma e alla Enrico Rava PM Jazz Lab si chiude la diciassettesima edizione di Umbria Jazz Winter. Cinque giorni di grande musica a quasi tutte le ore nei luoghi più suggestivi di Orvieto: dal Duomo alle sale di Palazzo del Popolo, dal Museo Emilio Greco ai piccoli club dove ascoltare jazz 'round midnight. Alberghi esauriti, sale piene, code in biglietteria (sempre meglio giocare d’anticipo e acquistare on line), la città in questi giorni di vacanze natalizie si presentava così, con i suoi vicoli stracolmi di persone al seguito della Street Parade dei Funk Off o alla ricerca affannata del luogo di un nuovo concerto. Uscendo dal Teatro tutto sembra già tornato alla normalità, è il momento buono per tirare le somme, soprattutto se si è in compagnia di Franco Fayenz, firma storica della critica jazz, che, con la sua consueta gentilezza e ironia ha ripercorso per ilsussidiario.net i momenti salienti del festival. Questa edizione ha dato spazio ai grandi chitarristi, chiudendo stasera nel segno del jazz italiano. Proviamo a fare un bilancio? Devo dire, innanzitutto, che questa edizione è stata nettamente migliore di quella precedente. L’anno scorso l’errore di fondo fu quello di costruire il festival basandosi su un artista tanto grande quanto inaffidabile, come João Gilberto. Al di là delle scuse, all’ultimo preferì rimanere al caldo in Brasile piuttosto che mettersi in viaggio per Orvieto. Per fortuna in quei giorni Stefano Bollani era disponibile, divenne il “one man festival” e salvò la situazione. Quest’anno, consapevolmente o meno, si sono premuniti con diversi gruppi in residenza, ben scelti e di assoluto valore. I concerti che hanno lasciato il segno? I momenti più belli ce li hanno regalati Jim Hall e Bill Frisell in duo. Non per sminuire Joey Baron alla batteria e Scott Colley al contrabbasso, ma quei due da soli hanno raggiunto vertici straordinari. Mi hanno fatto ricordare un concerto dello stesso Jim Hall al Museo Emilio Greco, qui a Orvieto. Uno di quei posti in cui capisci quanto sia misteriosa l’acustica. Ancora non mi spiego come possa essere così perfetta, con tutte quelle statue. Ad ogni modo, quella volta gli consigliai di suonare una delle sue composizioni più belle, Down from Antigua. La eseguì sussurrando. Ieri invece mi sono segnato una splendida Throughout, Monica Jane e Bag’s Groove del Modern Jazz Quartet. Certo, spiace vederlo in queste condizioni fisiche, non me lo sarei aspettato. Jim per prendermi in giro mi diceva sempre: “Ti porto rispetto, perché sei più vecchio di 15 giorni”. Il che è vero, ma adesso non si direbbe. La formula del duo è stata particolarmente felice soprattutto con John Clayton e John Patitucci al contrabbasso e quando lo stesso Clayton ha suonato con il figlio Gerald al pianoforte…
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