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Recensioni Live

STAGIONE LIRICA ROVIGO/ In scena una Carmen da tragedia antica

LUCA BELLONI recensisce la Carmen di Bizet messa in scena al Teatro Sociale di Rovigo. Punta di diamante i protagonisti vocali che hanno contribuito in maniera determinante al grande successo della serata. Su tutti la Carmen di Veronica Simeoni

CarmenRovigoR400.jpg(Foto)

Tra le opere del grande repertorio lirico Carmen occupa per molti versi un posto particolare.  Il dramma che Meilhac e Halévy trassero da una novella di Prosper Mérimée trovò in Bizet un musicista capace di intuire le profondità tragiche che si celavano sotto la superficie della pièce di genere (in questo caso la classica vicenda di amore e morte). 

Sì perché Carmen, a dispetto delle superficiali letture pseudoveristiche che per anni l’hanno oberata, ha uno statuto teatrale e musicale che l’avvicina alla tragedia antica. La potenza primordiale di un Fato ineluttabile (tale è l’amore per la protagonista fin dal suo programmatico e celeberrimo esordio con l’Habanera) “gioca” qui, come nell’Edipo re di Sofocle, con i personaggi che, spinti da una forza assai simile alla “Volontà” cosmica di cui parlava Schopenauer, sono coscienti di essere “manovrati” e nondimeno bramano una libertà che è, nello schema interpretativo fornitoci dal dramma, praticamente impossibile se non in un estremo gesto di rinuncia alla vita, nel consegnarsi al conturbante mistero della morte.

Forse è questo che oscuramente intuì anche Nietzsche che elesse Carmen a sua opera favorita dopo aver abbandonato (e con quale sdegno polemico!) la cerchia wagneriana. 
In questa chiave lo spettacolo cui abbiamo assistito domenica 10 ottobre al Teatro Sociale di Rovigo appare ambivalente. 

Fin dall’apertura del sipario ci si domanda il perché della (pur bella) ambientazione scenografica.  I quattro atti dell’opera sono infatti interamente giocati in un anfiteatro ricavato tra le alte pareti di una forra montana (luogo della mente ai limiti del nulla e del deserto, secondo quanto suggeriscono le note di Ivan Stefanutti che firma regia, scene e costumi) che, al di là delle suggestioni sapientemente create con efficaci giochi di luce, rende angusto lo spazio disponibile per il nutrito cast vocale e incongrue molte delle scene: non v’è piazza di Siviglia né osteria di Lilas Pastia né tantomeno la Plaza de toros del quarto atto. Non parliamo poi della plausibilità di una manifattura di tabacchi collocata in un improbabile valico pirenaico.