Recensioni Live
martedì 2 febbraio 2010
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Il concerto entra nel vivo e - visto che l’età è quel che è si percepisce che l’assalto sonoro, marchio di fabbrica della band, non è più così marcato: ha preso il suo posto un gusto sonoro affascinante e maturo, fraseggi che piacerebbero a Robert Fripp o John Zorn, scorribande che ancora occhieggiano al free jazz. Anche dal punto di vista dell’atmosfera la serata potrebbe infilarsi sui binari della nostalgia rivoluzionaria, della celebrazione degli assenti o della retorica dei bei tempi andati. Invece, niente di tutto questo. Sin dai primi istanti Tofani rompe il ghiaccio (e scioglie la tensione): la sua chitarra è funambolica come e più di prima, come pure la sua ironia. Fariselli, pianista di enormi virtù, gioca con il pubblico e butta lì la battuta sugli altri e su di sé (presentandosi di volta in volta come Karl Marx o Mickaijl Bakunin). I pezzi noti si alternano a melodie ed elaborazione nuove: ovvio che il piccolo teatro bolognese si apre in un’ovazione quando Fariselli conduce il ritmo che porta ad Arbeit macht frei, e illuminante l’introduzione di Tofani a Luglio, agosto, settembre (nero): “Questo è un pezzo che suonavamo in una fase sociale e politica molto particolare: speriamo che vi piaccia ancora”. C’è un po’ di ironia e di leggerissimo distacco nei tre e così Gioia e rivoluzione (ora in concerto è senza parole, ma ai tempi di Demetrio così inneggiava: “Canto per te che mi vieni a sentire/ Suono per te che non mi vuoi capire/ Rido per te che non sai sognare”) diventa un bluesy lento e pieno di feeling, mentre La mela di Odessa (storia dell’affondamento di una nave tedesca da parte di rivoluzionari russi), parte con debordante vivacità funky con Tofani che canta “gorgheggiando” alla Stratos. E mentre tutta la musica di questa serata unica fluisce, si conferma una certezza: questi erano e sono musicisti inarrivabili. Certo, c’era la politica. Certo si andava ai concerti con il pugno chiuso, senza quasi nemmeno ascoltare melodie rock con influenze arabe, soluzioni artistiche e cambi di ritmo. Certo bastava metterci di mezzo la parla rivoluzione e tutto diventava artisticamente accettabile, pure le fregature. Il tempo ha giudicato, ma gli Area erano musicisti con i fiocchi e in concerto l’han riaffermato anche trent’anni dopo, con tre decenni sulle spalle trascorsi a suonare, a continuare a migliorare, anche lontano dalle grandi platee (Tavolazzi a parte).
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