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RECENSIONE LIVE/ I menestrelli son tornati! Gli Swell Season a Milano



Paolo Vites


lunedì 8 febbraio 2010


Secoli fa erano i menestrelli, i trovatori. Giravano di città in città, di castello in castello, ad allietare principi e principesse, ma anche contadini, gente semplice. Portavano le loro ballate, storie di vita quotidiana arricchite di fantasia, di passioni amorose, di strabilianti agganci al mistero di cui si permeava la vita semplice di allora. Univano le persone, le tenevano insieme in modo che il giorno dopo si potesse affrontare la vita con più letizia e serenità, con nel cuore il ricordo di una bella canzone. E se ne partivano verso una nuova città, un nuovo castello.

Oggi, seppur sommersi dal frastuono mediatico di migliaia di voci, le nuove tecnologie che imperversano e che invece di mettere insieme le persone le rendono sempre più sole, chiuse a casa loro davanti a uno schermo che sia televisivo o di computer, o magari un iPhone ultimo modello, i menestrelli son tornati. Non si potevano trovare sulla pagina della “cultura” dei quotidiani o nelle news del telegiornale. Noi però li abbiamo scovati, ieri sera, al Conservatorio di Milano, e il miracolo della trascendenza della musica si è ripetuta, come secoli fa.

Sono i singer/songwriter, i cantautori, i folksinger, nati con Woody Guthrie e Bob Dylan, che si è tentato di uccidere inutilmente a dosi massicce di MTV: ieri sera rispondevano al nome di Josh Ritter, brillante cantautore nordamericano, una manciata di dischi alle spalle come il bellissimo "The Animal Years" (alcune sue canzoni riprese da voci autorevoli come Joan Baez), che ha aperto la serata, in umile solitudine, ma per niente a disagio, dimostrando classe e carisma da vendere.

Poi è stato il turno dei The Swell Season, cioè l’irlandese Glen Hansard (già protagonista del bel film "The Commitments" di Alan Parker) e Marketa Iglova (da Praga, ma residente da anni a Dublino), protagonisti dello splendido film "Once", la cui canzone Falling Slowly si è meritata un giusto seppur inatteso Premio Oscar come miglior canzone da film. Una celebrazione della musica d’autore internazionale, ma anche del potere della nuda voce.

 


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Josh Ritter, sorriso solare dispiegato sul viso per tutto il tempo, voce melodiosa e innato senso della poesia, ha eseguito una manciata di pezzi tra cui l’incantevole Harrisburg (“It’s a long way to Heaven, it’s closer to Harrisburg And that’s still a long way from the place where we are And if evil exists it’s a pair of train tracks And the devil is a railroad”) e l’epica Girl in the War, cantata quest’ultima senza ausilio di microfono, in piedi sul bordo del palco.

Più tardi Glen Hansard farà lo stesso, durante Say It To Me Now, sedendosi sulle casse dei suoi monitor, a bordo palco. Un modo per rinnovare la tradizione dei cantanti da marciapiede, un modo per essere parte del pubblico, e non star isolate sul palcoscenico. Una comunione musicale e spirituale che il pubblico sente sua e dimostra di gradire, ovviamente.

Poi sono saliti sul palco Glen e Marketa, non più coppia nella vita, ma ancora nella musica: hanno cominciato con alcuni brani del nuovo disco uscito pochi mesi fa, tra cui la serrata dalle tinte R&B, Slow Rising, che nell’incedere riporta al miglior Van Morrison, irlandese anche lui e padrino di quel celtic soul, il soul celtico, di cui gli Swell Season sono oggi i più autorevoli eredi, e The Moon, brano che come altri parte in sordina, con accompagnamento minimale, per poi esplodere in un fragoroso crescendo in cui la voce nera e potentissima di Hansard sfida il muro di suono creato da batteria, chitarra elettrica e violino.

Dopo poco è arrivato un primo assaggio della straordinaria colonna sonora di Once, If You Want Me, cantata da Marketa in modo delizioso. La già citata Say It To Me Now: da solo, senza l’aiuto del microfono, sul bordo del palco, ha dato il via a un breve set in solitudine, concluso da una stratosferica ripresa di un brano di un leggendario songwriter, quel Tim Buckley padre di Jeff (entrambi morti giovanissimi), Buzzin’ Flies, ironicamente dedicata a una delle tante giovani ragazze presenti tra il pubblico e che indossava una maglietta di Bruce Springsteen.

 


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Esecuzione catartica anche questa, con un crescendo chitarristico talmente furioso che salta via l’amplificazione: incuranti, Glen e Marketa continuano senza microfoni. E’ un concerto dove il tutt’uno con il pubblico diventa una comunione d’arte come è rarissimo oggi vedere. Potenza delle sue radici irlandesi, probabilmente, della capacità di suonare e cantare perché è bello farlo, e di coinvolgere le persone in platea: durante la canzone vincitrice dell’Oscar, Falling Slowly (“Non ti conosco, ma ti voglio”), Glen ha a un certo punto inserito il ritornello di With or Without You dei conterranei U2, ridendo divertito insieme al pubblico.

Nel finale Josh Ritter è tornato sul palco per duettare con Glen nella sua Come And Find Me: America e Irlanda unite dalla potenza della musica d’autore.
Innumerevoli i bis, con Hansard che sembra non volere più lasciare il palco, e che decide, lasciati gli strumenti, di rilasciare una divertente filastrocca dopo averla insegnata al pubblico: “I was born in a devil’s town, I didnt know the devil was here, Oh Lord help me please, this is a devil’s town” (canzone di Daniel Johnston). Dopo aver spiegato che sin da bambino è sempre stato convinto che il diavolo fosse italiano: «Il diavolo ha i vestiti migliori; ha il cibo migliore, ha le macchine migliori; ha le ragazze migliori. Sì, il diavolo deve proprio essere italiano». Non solo un concerto, dunque, ma una festa. I menestrelli sono tornati in città.



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