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MILANO JAZZIN' FESTIVAL/ Mark Knopfler, dai Dire Straits al folk scozzese. Un vero artista senza sindrome da Peter Pan

venerdì 16 luglio 2010

“It ain't what they call rock and roll”, questo non è quello che la gente chiama rock’n’roll. C’è un momento durante un'esecuzione particolarmente scura, rallentata, quasi bluesy di quello che è il suo brano manifesto, Sultans of Swing, in cui Mark Knopfler, sul palco del "Milano Jazzin’ Festival" la sera del 14 luglio, sembra ricomprendere il senso stesso di quelle parole da lui scritte oltre trent’anni fa. Questo non è rock’n’roll.

Improvvisamente la canzone si accende di un’altra vita, le dita di Knopfler scivolano più velocemente sul manico e tra le corde della chitarra esce un assolo che contiene ancor più il sentimento dell’autentico rock’n’roll che diecimila dischi degli Stones, degli AC/DC o dei Led Zeppelin. Sono questi quei momenti per cui un musicista anche a sessant’anni sale ancora su un palco a sfidare se stesso, il pubblico davanti e la sua musica. Sono quei momenti di epifania in cui quel gioco magico, apparentemente semplice, ma altresì pericoloso come una sfida a correre in macchina di notte a fari spenti che è la musica ritrova ogni significato.

È quando non sei più tu a suonare della musica, ma è la musica che suona attraverso di te. Se sei tra il pubblico in quei momenti, sei fortunato. Hai assistito a una testimonianza, non più un semplice concerto. Sei stato connesso con il mondo interiore di quel musicista e in cambio ne hai avuto una epifania per te stesso. È un privilegio, raro, ma che può accadere. Perché la musica è un accadimento, misterioso, continuo. Questa sera al "Milano Jazzin’ Festival" Mark Knopfler di rock’n’roll infatti non ne voleva proprio sentire parlare. 


 


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