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SHOAH/ Ora l’Europa stia attenta all’antisemitismo di ritorno

giovedì 27 gennaio 2011

Il 27 gennaio 1945 le recinzioni del gigantesco campo di concentramento di Auschwitz si aprivano all'arrivo delle prime truppe alleate, senza resistenza. I tedeschi se n'erano andati qualche ora prima, dopo aver distrutto tutte le prove che potevano dei loro crimini e portandosi dietro quanti più deportati riuscivano, per avviarli alle spaventose "marce della morte", ultimo atto dello sterminio: cortei di persone debolissime, malate, denutrite, seminude, dirette verso il niente nel gelo del gennaio polacco. Gli alleati trovarono fosse di cadaveri, quel che restava delle camere a gas e dei i forni crematori smantellati in fretta, una folla di detenuti così deboli e percossi nella loro stessa identità da non poter neanche lontanamente accogliere i carri armati liberatori col giubilo che abbiamo visto alla fine del film di Benigni. La strada per il ritorno a casa del resto era ancora lunga e dolorosa, come ha raccontato Primo Levi. Alcuni, un anno dopo, arrivati in vista di Israele, furono di nuovo internati e perfino riportati in Germania dall'esercito britannico.

Quel giorno in cui, se non la fine dei tormenti, era arrivata per i deportati di Auschwitz la sottrazione alla bestiale violenza nazista, è stato scelto dall'Europa e anche dal nostro Paese per celebrare la memoria del genocidio. E' una scelta importante, non certo per "dare soddisfazione" agli ebrei, che in buona parte d'Europa sono stati sostanzialmente eliminati (in questo il progetto nazista è stato in buona parte realizzato) e che comunque non possono trovare in cerimonie pubbliche sollievo al loro lutto; ma per l'anima stessa dell'Europa, che con questa giornata deve non celebrare ma interrogarsi sulla propria identità, sulla spinta genocida che l'ha dominata, sulle ragioni che l'hanno portata alla distruzione gratuita di un popolo (e anche, accanto ad esso, di quelli che erano considerati "disadattati sociali", omosessuali, zingari, portatori di handicap fisico o mentale).

Concentrarsi sull'atto finale del genocidio, sul campo di Auschwitz, è riduttivo. Oltre ad Auschwitz ci furono decine di campi di sterminio (uno anche in Italia, alla Risiera di Trieste), tutto l'apparato logistico per alimentarli (i campi di transito, da noi i più terribili a Fossoli e Bolzano; le ferrovie; le polizie che rastrellavano le vittime - più o meno segrete e irregolari, ma in molti paesi come la Francia e l'Olanda anche i poliziotti regolari). Ci furono centinaia di migliaia, forse milioni di vittime anche fuori dai campi, soprattutto a Est: abbattuti per strada, bruciati vivi nelle loro case, ammazzati in tutti i modi. Ci fu la collaborazione di popoli interi, che denunciarono, arrestarono, in certi casi, come in Lituania, in Polonia, in Ucraina, in Romania, furono parte attiva dello sterminio. Ci fu il silenzio dei governi, degli intellettuali, di buona parte degli uomini di Chiesa. Un silenzio su cui vale la pena di interrogarsi: senza concentrarsi necessariamente su questo o quel personaggio.




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