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PMI/ Tripoli: quel triplo salto di qualità suggerito dalla crisi

martedì 21 giugno 2011

Mi è capitato di conoscere un'impresa che, dopo anni di difficoltà economiche, ha di nuovo il portafogli ordini pieno, ma si trova a confrontarsi con banche che non intendono assumersi il rischio di finanziare nuovi investimenti (a dire il vero ho riscontrato atteggiamenti simili anche in casi in cui l’intervento delle garanzie pubbliche dello Stato coprirebbe il 100% del rischio).

Ho visto una  piccola impresa familiare meridionale puntare con successo sul web le proprie chances per allargare un mercato fattosi asfittico. Un’azienda di medie dimensioni del Centro Italia è riuscita invece, dopo lunghi mesi di estenuanti contatti e via vai di documenti, a farsi dare il via libera dai servizi della Commissione per un piano di ristrutturazione.

Ho conosciuto poi la storia di un'azienda di piccole dimensioni che, pur avendo sostenuto le spese per la brevettazione di due importanti innovazioni del settore chimico, sviluppate in casa, non ha trovato un sostegno per trasformare quei brevetti in nuovi prodotti industriali. Moltissime micro e piccole aziende, invece, in questi mesi hanno deciso di dare stabilità alle proprie collaborazioni, superando l’ostacolo della mancanza di fiducia reciproca e della naturale concorrenza tra loro, perché hanno compreso che senza una nuova capacità competitiva sui mercati - singolarmente inarrivabile per ognuna di loro - rischiano di scomparire.

Cosa ci dicono tutte queste storie reali d’impresa? Certamente che continuiamo a trovarci in un contesto macroeconomico difficile, in cui i rischi sono tutt’altro che scomparsi e i fattori che hanno creato la crisi finanziaria internazionale ancora presenti: dagli squilibri economici globali, all’eccesso straripante di “finanza ombra” rispetto a quella regolata. Ma ci dicono anche altro.




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