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MEETING 30/ Tarkovskij: la nostalgia, la trinità e quelle due bottiglie di cognac

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L'uscita di questo mio romanzo, oggi, è per me una grandissima gioia, direi una gioia inattesa. Ringrazio commosso tutti i giovani, qui ne vedo tantissimi, che sono venuti oggi a sentir parlare di questo romanzo, e colgo anche l'occasione per ringraziare l’Editore Maggioli, che è qui presente in sala, che si è sobbarcato la fatica di pubblicare questo romanzo in un'edizione così elegante. Adesso mi metterò a leggere questo romanzo in italiano, e forse così imparerò la vostra lingua.

 

Vorrei oggi raccontarvi la storia di questa pubblicazione. Nel 1963 era stato scritto un grosso manoscritto da me e dal mio amico e collega Andrej Cancialovskij, e questo manoscritto si intitolava "Andrej Rublev"; io volevo fare un film su Rublev. Vi sto proprio raccontando la semplice storia, perché è interessante. Avevamo un manoscritto molto grosso, come vi ho detto; ci abbiamo messo un anno per farlo, perché abbiamo letto tantissime fonti storiche prima, e quando abbiamo finito, trionfalmente, abbiamo bruciato tutte le brutte copie, perché eravamo molto privi di esperienza, come scrittori, e io chiesi a una dattilografa di batterlo a macchina.

 

Alle 5 di un pomeriggio, all'angolo di Via Gorkj, che proprio nel centro di Mosca, scesi dal taxi, e quando il taxi partì mi resi conto che il manoscritto era rimasto sul sedile, e che non sarebbe più stato possibile recuperarlo. Disperato attraversai la strada, entrai nel Caffè Nazionale; stetti lì tre ore, mi sono bevuto due bottiglie di cognac, perché non sapevo cosa fare, soprattutto non sapevo come renderne conto al mio amico. Uscii dal caffè, e ritornai sull'angolo della strada dove avevo perduto il manoscritto, e mentre salivo sul marciapiede sentii che qualcuno suonava clacson: mi voltai e vidi l'autista che, dal finestrino aperto del taxi, mi porgeva il manoscritto. È stato veramente un miracolo, perché se io fossi passato tre minuti prima o tre minuti dopo non ci saremmo incontrati mai, tanto più che sul manoscritto non c'era né indirizzo, né nome, né cognome, niente. Un miracolo, è stato. E così mi resi conto che quel manoscritto avrebbe avuto una sua storia.

 

Dopo questo episodio, mi misi a girare il film "Andrej Rublev", e per girare questo film abbiamo usato circa un terzo del materiale che faceva parte del romanzo. Dopo che il film fu fatto, a Mosca fu pubblicata la sceneggiatura del film presso l'editrice "Arte Cinematografica". Mi è sempre dispiaciuto non poter utilizzare appieno questo manoscritto che mi piace così tanto. La sceneggiatura di Rublev è stata pubblicata in diversi paesi, ma è la prima volta nel mondo che il romanzo in versione completa esce, vede la luce. Per questo sono molto felice e devo ringraziare l'Editore Maggioli, e non solo lui ma anche Tonino Guerra, mio coadiutore nell'ultimo film che ho fatto e che mi ha permesso di conoscere l'editore.

 

Sono molto contento di vedere qua tanti giovani: io ho un rapporto strano con i giovani. La gente della mia età o anche più anziana ha un atteggiamento molto strano verso i miei film; in genere li considerano incomprensibili. Invece i giovani, in genere, li capiscono; e quando pensavo, a ciò, non riuscivo a capire il motivo di una cosa del genere ma alla fine sono riuscito a capire perché accade questo. Penso che i giovani abbiano una sensibilità particolare per qualsiasi falsificazione e ciò che più importa loro è appunto la verità delle cose, che non siano menzogne. E siccome nei miei film, in quello che scrivo ho sempre cercato soprattutto di essere sincero e onesto, penso che sia questa comprensione dei giovani la ricompensa preziosa che loro mi offrono per questo sforzo.

 

Penso che nel mio lavoro, come in tutti i lavori, la cosa principale sia quella di essere veritieri e quindi di esprimere con il proprio linguaggio, tecnicamente specifico quello che uno realmente pensa, quello che uno vuol fare: questa è la cosa principale. Come potrete ben immaginare, per questo è un giorno straordinario; sono molto commosso dell'accoglienza che ho ricevuto da voi e mi rimarrà sempre nella memoria. Penso che non sia il caso di parlare a lungo; piuttosto preferirei che voi mi faceste delle domande, in modo che io possa rispondere a quello che più vi interessa. Ringrazio ancora una volta Sandro Maggioli che ha permesso questo incontro e la gioia di vedere apparire il libro e ringrazio voi che siete venuti qua così numerosi.

 

Domanda:

Io vorrei riferirmi al suo ultimo film "Nostalghia". Innanzitutto la ringrazio per questo film, che non ho potuto dimenticare per la verità che contiene. E appena l'ho visto, ho desiderato che tutti i miei compagni di Università lo vedessero, per il giudizio di verità che contiene sulla nostra realtà, sulla realtà occidentale. È un film molto bello ma anche un po' difficile, per questo le voglio porre due domande e in questo senso mi riferisco ad alcune cose particolari del film.

 

La prima cosa che voglio chiedere è questa: qual è il significato del suicidio del pazzo nella piazza del Campidoglio a Roma? Come il destino di questo uomo si unisce al destino dello scrittore russo che ha cercato e incontrato la verità? La seconda domanda è questa: che cosa intende lei per nostalgia? Le chiedo questo perché per me la nostalgia non è necessariamente qualche cosa di positivo, perché con essa uomo si rivolge a qualche cosa che ha perduto e che è simile a lui: invece con il desiderio si rivolge a qualche cosa che è per il suo cuore, ma che è radicalmente diverso da lui, radicalmente altro da lui. Voglio dire che forse la nostalgia è una malattia dell'uomo occidentale e non necessariamente la nostalgia apre alla verità, mentre il desiderio apre alla verità, che è totalmente diversa dall'uomo anche se è fatta per il cuore dell'uomo.

 

Risposta:

Non mi aspettavo di avere domande sull'ultimo film. Intendevo parlare sul libro di Rublev: forse il libro non l'avete letto, forse il film l'avete visto. Per me come russo, uno dei tratti principali del carattere nazionale russo, è la nostra capacità di compassione, cioè di soffrire con gli altri. È proprio su questo che si fondano i contatti, l’unione che c'è fra il mio protagonista e Domenico questo italiano che si uccide in piazza del Campidoglio: è proprio la compassione per l'uomo.

 

Se ho ben capito, per quanto riguarda la seconda domanda, lei mi ha detto che la nostalgia non è un sentimento del tutto positivo, a suo avviso, non è costruttivo. Da questo punto di vista non sono d'accordo con lei, perché la sofferenza in quanto tale, non può mai essere vana, deve portare dei frutti. E la sofferenza morale deve portare frutti positivi. Non so se avrete notato che nelle condizioni di benessere materiale, economico in cui ci troviamo, difficilmente fiorisce la sensibilità verso il problema che assilla l'umanità. Naturalmente non voglio dire, di non cercare il benessere materiale per paura di perdere la vita spirituale, direi piuttosto che cerco, di richiamare ad una maggiore attenzione nel coltivare il lato spirituale della vita, di svilupparlo in modo armonico, accanto e parallelamente al lato materiale della vita stessa.

 

La nostalgia di cui soffre il nostro protagonista è una nostalgia per la patria; la nostalgia sta ad esprimere una sua vivacità interiore, spirituale, occorre percepire il lato spirituale dell'esistenza umana. Insomma, il significato che volevo mettere nel film è molto semplice, e cioè che non si può pensare al futuro non si può pensare ad uno sviluppo spirituale dell'uomo, se già nel presente, non si percepisce la mancanza di qualche cosa. La cosa più terribile è appunto l'indifferenza, la mancanza totale di turbamento, di sofferenza verso il mondo circostante. Per questo la quiete ha un rovescio della medaglia. Io sono contro una quiete, una tranquillità che, secondo me, richiama alla mente l'idea dello stagno, della palude.

 

Domanda:

Vorrei chiedere all'autore di Solaris, Lo Specchio e Rublev, una cosa un po' particolare. Sia in Solaris, che ne Lo Specchio, che in A. Rublev, compare l'icona della trinità. In Solaris, l'icona della trinità è un piccolo altarino a bordo dell’astronave; in Lo Specchio (se ben ricordo) la trinità appare su un manifesto; infine in A. Rublev, naturalmente, compare alla fine dell’orgia di colori che è data dal panorama delle varie icone dipinte da A. Rublev. So che questa icona per il popolo russo è più che un'icona, è più che una semplice opera d'arte, ma viene guardata come in miracolo, come la manifestazione di un avvenimento teologico alla portata di tutti.

 

Che significato ha, per lei, riproporla continuamente, anche in questa maniera silenziosa, all'interno dei suoi film? Inoltre, lei prima ha differenziato, in maniera molto bella, l'arte occidentale e l'arte dell'icona. Trovo anche una grande differenza fra quello che è cinema occidentale e quello che è il suo cinema, soprattutto, a livello di quello che è l’uso frammentario, a volte, delle scene; il ritmo lento nei suoi film, che mi sembra sia quello che, a volte, certi suoi colleghi del suo stesso Paese le criticano. Vorrei capire se questo ha una differenziazione parimenti profonda, come quella che lei prima ha tratteggiato, il significato profondo che lei vuole dare ai suoi film, anche in questo settore tecnico.

 

Risposta:

Verso la "Trinità" di Rublev, io, come tutti o moltissimi russi, ho una particolare devozione. Lei mi ha fatto una domanda cui io stesso non ho mai pensato; come mai appaia la "Trinità" in Rublev, è evidente, non c'è bisogno di spiegarlo, ma come mai appaia in Lo Specchio e in Solaris, non ci avevo mai pensato, non lo so. Forse perché, inavvertitamente, io volevo che lo spettatore venisse in contatto più stretto con questo quadro. Inoltre per me, sul piano culturale la tradizione ha un peso enorme. L'arte ha, come tante altre manifestazioni della cultura, delle radici profonde nella nostra vita. Per me, appunto, un fattore culturale fondamentale è costituito dalla tradizione. E questa può essere un'altra spiegazione della presenza della "Trinità".

 

Senza la "Trinità" non ci sarebbe ora la cultura russa moderna. Per quanto poi riguarda i miei film, affrontando in particolare il problema del ritmo, dirò che ogni tipo d'arte ha una sua specificità, cioè una caratteristica che è tipica di quella forma d'arte e di nessun'altra. Quindi non ciò che è comune a tutte le forme artistiche, ma ciò che è parte imprescindibile di quella specifica forma artistica. Nella pittura è il colore, nella musica il suono, nella poesia la parola, e così via. E qual è questo tratto tipico del cinema? È il racconto? No. C'è la letteratura per questo o il teatro. L'immagine? No. Per questo c'è la pittura e la grafica, anche la scultura e l'architettura, il teatro, l'attore. E allora che cos'è? È il tempo. Il cinema è l'unica forma d'arte che alla lettera, fissa, scandisce il tempo; praticamente si può dire che sa fissare il tempo per l'eternità. Tutto il resto, nel senso estetico del termine, non ha collegamento diretto con il cinema. È anche per questo che i vecchi film muti ci piacciono ancora e suscitano in noi emozioni. Inoltre il tempo è qualche cosa di intangibile, che non può essere definito come una forma del cinema, ma è la sostanza del cinema. È per questo che l'artista un film non ha diritto di tagliare una pellicola solo perché lo spettatore la possa digerire facilmente, senza troppa fatica, come facciamo con una medicina amara che correggiamo con dello zucchero. In questo modo, sono fatti invece il 99% dei film americani.

 

Io penso che il tempo, il ritmo, siano qualche cosa, la sostanza impalpabile del cinema, la sua essenza più sacra. E proprio nel ritmo si esprime l'individualità dell'artista, del regista. Se voi pensate agli artisti più grandi, più famosi nel campo del cinema, vi accorgerete che ciascuno ha sempre un atteggiamento molto specifico, molto complesso verso il tempo. Questi artisti riescono sempre a far soffrire lo spettatore, in qualche modo gli fanno provare un certo dolore mentre siedono a vedere lo spettacolo. Ma chi ha mai ha detto che l'arte deve tranquillizzare, deve facilitare le cose? Goethe aveva detto: «Leggere un buon libro deve esser difficile, come scriverlo», per conservare l'individualità dell'artista. A me si chiede spesso di fare qualche passo verso il pubblico, per fare in modo che le mie cose siano più comprensibili alla gente. Ma cosa vuol dire? Dovrei forse conoscere ciascuno di voi meglio che voi stessi? Non è possibile e non è possibile tenere in conto le pretese di ciascuno. Per l'artista è possibile un'unica cosa. Cioè conservare un atteggiamento di grande rispetto per lo spettatore e per se stesso, cioè essere se stesso, restare se stesso, conversare con lo spettatore come con un amico vicino, un amico stretto; non esistono altre strade per l'arte.

 

Domanda:

Anch'io ho notato la presenza della "Trinità" di Rublev nei suoi film; fra l'altro non solo in Solaris, nello "Specchio" ma anche in Stalker, oltre che naturalmente in A. Rublev. Lei ha parlato di tradizione culturale: da quello che so della storia del suo paese, sembra che l'icona della Trinità insieme al monastero della Trinità di San Sergio, siano stati nella vicenda storica in cui è vissuto Rublev, il centro spirituale della rinascita del popolo russo di fronte alla divisione tra i principi del popolo russo e le invasioni tartare che devastavano il paese. Vorrei sapere se questa immagine, se questa icona per lei ha anche un valore etico, come dire, quasi a descrivere la responsabilità di un artista di fronte alla storia del proprio popolo. Siccome questa cosa mi fa venire in mente una frase di Dostoevskij "Solo la bellezza salverà il mondo", vorrei sapere come lei sente, vive la sua arte nei confronti della storia del mondo oggi. Ed inoltre, per quello che conosco dell'arte di A. Rublev, ho notato che la grande originalità di questo scrittore per esempio nei confronti di Teofane il Greco che è stato il suo maestro, è stata quella di restituire luce alla figura umana, cioè dipingere la forma totale, completa della figura umana. Vorrei sapere dei volti, dei santi, delle varie figure delle icone. Vorrei sapere se questa è anche la grande vocazione dell'arte del suo popolo, del suo paese, perché penso anche alla testimonianza che lo stesso Dostoevskij ha dato di questo quando diceva che la missione dell'artista era quella di indagare l'animo dell'uomo.

 

Risposta:

Che significato ha la "Trinità" per me? Per me, la "Trinità" non simboleggia solamente la bellezza, ma la speranza, perché, ad esempio, se vogliamo parlare della "Trinità" in relazione al film di Rublev, si può notare uno stridente contrasto fra la vita che Rublev visse e la "Trinità", che è un'immagine che esprime quiete, serenità, equilibrio e armonia. In quei tempi la vita era tremenda: ogni anno, si rovesciavano sulla Russia le orde mongole per far bottino, il sangue scorreva a fiumi, c’erano lotte intestine. E proprio in questo periodo Rublev, dipinse la "Trinità" che ha un significato esattamente opposto: che cosa vuol dire questo? Rublev è riuscito a mettere in questa sua opera tutte le speranze e le ansie che viveva il suo popolo in quel momento. La "Trinità" esprime tutto ciò che allora mancava alla vita del popolo. E quindi penso che in questo senso, la "Trinità", nel senso artistico, ideologico, o meglio ideale, esprima appunto la speranza. Inoltre ha anche un significato etico perché per Rublev, iconografo di quel periodo, dipingere un'icona equivaleva a pregare.

 

Il nome di Rublev è giunto fino a noi per puro caso. Noi conosciamo tantissimi iconografi le cui opere ci sono rimaste e che apprezziamo ma di cui non conosciamo il nome. Perché questo? Perché gli iconografi non firmavano le opere. Questa è una differenza fondamentale tra le forme artistiche, anzi meglio, tra la vita spirituale degli artisti di quell'epoca e quelli della nostra epoca. Noi oggi vogliamo innanzitutto essere ripagati della nostra opera. Se vi accorgete, noi non facciamo niente nella nostra vita, senza essere pagati. Fatta esclusione forse questo straordinario Meeting che si fa a Rimini, perché qua quasi tutti lavorano senza essere pagati. Direi che Rublev proprio nelle sue opere, nella sua "Trinità" esprime questa idea di un servizio gratuito alla spiritualità. E per questo l'arte non potrà mai creare niente di significativo sul piano spirituale se pretenderà una gratificazione immediata, di ritorno.

 

A suo tempo A. Breton, che era una capofila dei surrealisti francesi, (io sono molto lontano da questa corrente, tuttavia ne apprezzo il significato) aveva detto che l'artista non può parlare della sua creazione e allo stesso tempo di quello che mangia e beve. Per quanto riguarda la citazione di Dostoevskij "La bellezza salverà il mondo" certo non è da interpretare nel senso letterale del termine, ma nel senso che ciò che genera lo spirito, è sempre bello. Ciò significa che tutto ciò che nasce dallo spirito, dalla spiritualità è bello. Potrete infatti notare, ripensandoci, che il livello della bellezza nella vita della gente si abbassa proprio nei periodi di caduta morale. Avrete visitato la mostra fotografica sull'architettura dell'Europa occidentale, in Francia, in Spagna, in Italia; sono architetture popolari, sono straordinariamente belle, esprimono l'anima di un popolo e l'anima di un popolo è sempre bella. Non si può pensare nulla di più armonioso di queste splendide case, ma se guardiamo all'architettura contemporanea non troviamo questa bellezza. È un esempio di quanto appunto vi ho detto. Dostoevskij parlava della bellezza come risultato della vita spirituale. Che cosa ci può essere per esempio, di bello nell'Idiota nel principe Minski, dal punto di vista della vita normale concreta?

 

Domanda:

Io volevo ricollegarmi alla prima domanda che era stata fatta partendo da questo: mi stupisce sempre molto che termini come: tristezza, nostalgia vengano sempre intesi, specialmente dai giovani, in senso negativo. Questo perché secondo me la nostalgia, o meglio la tristezza, quella sfumatura di tristezza che è in ogni uomo, è come l'effetto, la conseguenza che è nello spirito dell'uomo, quando l'uomo stesso intuisce la dimensione fondamentale in cui è nella vita, che è quella dell'attesa che è quella di un cammino che non vedrà la fine in questa esistenza. Di conseguenza la domanda che lo voglio porre è questa: perché secondo Andrej è così presente nei giovani questa che a me sembra paura? Lei prima diceva che la vita non è uno stagno, è un'inquietudine che muove alla ricerca del senso della vita. L'uomo può fare tutto, tranne che vivere nella tranquillità, ma è un brivido che apre continuamente a qualcosa di nuovo.

 

Risposta:

La paura che molto spesso giovani hanno in sé, secondo me, è un fenomeno naturale. È la stessa cosa che succede al corpo umano quando è toccato dal fuoco, o quando viene ferito da qualche cosa. È un sentimento naturale che serve a difendersi, a proteggersi dal pericolo di morte; se noi non sentissimo il dolore fisico, periremmo a milioni e non potremmo conservarci, autoconservarci. La paura, dunque, che molti giovani hanno in sé è un fenomeno naturale, ma il problema non sta nella paura, il problema sta nel come si reagisce a questa paura.

 

Ci si accorge che gli adulti, un poco alla volta, si sono fabbricati un arma contro questa paura, e in questo senso perdono la giovinezza, la giovinezza del cuore. E in questo modo nasce un atteggiamento aggressivo verso gli altri. Per cui si dice che la miglior forma di difesa è l'attacco, ed è un gravissimo errore. La paura è un sentimento che ci mantiene vivi e dobbiamo trovare in noi la forza di rispondere in modo dignitoso a questo sentimento. Dobbiamo innanzitutto, conservare la nostra dignità personale, che ha come primissima conseguenza il fatto che noi continuiamo a rispettare la dignità degli altri.

 

Tutti hanno paura, ma solo i coraggiosi non lo riconoscono o, almeno, non lo fanno vedere. Per far questo ci vuole coraggio. E il coraggio dei giovani sta nel fatto che non si difenderebbero mai da questa paura, usando la violenza. Per quanto riguarda la nostalgia come sentimento distruttivo, negativo, dico ancora che non sono d'accordo e sentire la propria manchevolezza sul piano spirituale, significa aspirare all'ideale. Noi non viviamo in uno spazio infinito. Tutto in questo mondo è intercollegato. Se adesso in Russia cadono le foglie dagli alberi, qui a Rimini anche succederà qualche cosa legato a questo fenomeno: tutto è assolutamente intercollegato in questo nostro mondo splendido e tremendo.

 

(Incontro con Andrej Tarcovskij - Rimini, Meeting per l'amicizia fra i popoli, 1983)

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COMMENTI
18/08/2009 - Tarkovskij (donatella da corte)

quel giorno io c'ero! il Meeting era ancora piccolo, eravamo in pochi, si faceva in tempo a partecipare a tutti gli incontri (non c'erano "contemporanee") e a vedere tutte le mostre, anche 2 volte (come feci con quella di Congdon, che, di persona, presentava i suoi quadri!) Tarkovskij era un mistico, aveva uno sguardo (mi pare ancora di vederlo..) che "andava oltre": non vedeva quello che vediamo noi, ma più in là. Ogni suo film è stato un capolavoro: quello che amo di più è Nostalghja, con quel quadro finale su S.Galgano, semplicemente sublime. Ma ci rendiamo conto di quale scrigno è stato ed è in questi 30 anni il Meeting di Rimini!? e pensare che spesso ne parlano solo quando arrivano i politici...