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SCIENZA&FEDE/ Blasi: la maturità della ricerca è capire che esistono realtà inconoscibili con metodi scientifici

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Il discorso pronunciato da Benedetto XVI il 16 ottobre alla Pontificia Università Lateranense, per il decimo anniversario dell'enciclica Fides et Ratio, ha suscitato le solite reazioni istintive di alcuni scienziati che si sono sentiti toccati sul vivo dalle decise affermazioni del Pontefice sulle pretese della scienza e sui rischi di un sapere che rischia di diventare arrogante quando rifiuta il confronto e l’aiuto degli altri saperi, in primo luogo della filosofia e della teologia. Al solito le reazioni, più che al discorso del Papa sembrano replicare alla notizia di agenzia che ne ha riportato solo alcuni passi, perdendo così tutto l’impianto rigoroso e critico dell’argomentazione: rigore e critica che dovrebbero essere apprezzati da una mentalità scientifica.
In questo senso abbiamo chiesto a Paolo Blasi, fisico, già Rettore dell’Università di Firenze, di commentare il testo di Benedetto XVI, soffermandosi su alcuni passaggi significativi.  

 

Benedetto XVI parla del verificarsi nella cultura moderna di «uno slittamento da un pensiero prevalentemente speculativo a uno maggiormente sperimentale» e aggiunge che «il desiderio di conoscere la natura si è poi trasformato nella volontà di riprodurla. Questo cambiamento non è stato indolore». E Giovanni Paolo II aveva parlato di «una scienza che procede in modo largamente funzionalistico». Ciò che viene meno è la tensione alla verità. Constata anche lei nel mondo scientifico questa tendenza; e dove maggiormente la vede esprimersi?

 

Secondo me non c’è dubbio che la scienza, dal momento in cui, attraverso il metodo sperimentale, ha cercato di capire le leggi della natura prescindendo dai principi della filosofia o della teologia, ha potuto avere dei successi notevoli nella conoscenza del mondo naturale e ciò ha portato l’uomo a pensare di risolvere tutti i problemi attraverso la scienza. Questo però è stato tipico della fine dell’Ottocento e degli inizi del Novecento; poi gli scienziati più qualificati hanno rapidamente riconosciuto i limiti della scienza. Cioè la scienza può conoscere ed è impegnata a conoscere il mondo naturale, ma non può andare al di là di questo mondo. I sentimenti o la bellezza sono cose che non si possono ricondurre al metodo sperimentale. Quindi oggi credo di poter dire senza tema di smentita che è acquisita questa consapevolezza dei limiti dei campi di indagine della scienza. Certo, c’è sempre qualcuno che vuole trovare nella scienza tutto, ma sono sempre di meno.

 

Il Papa vede un valore positivo nella scienza che «penetra nelle profondità del creato», ma sottolinea anche la tentazione della «arroganza di sostituirsi al Creatore». Come fa uno scienziato a tenere viva la prima dimensione senza cadere nella seconda?

 

È vero che la scienza è un valore, in particolare oggi perché la scienza, la vera scienza dà valore di verità alla realtà. Siamo reduci da un secolo dove le ideologie hanno condizionato le culture e i comportamenti, trascurando la realtà, quindi un ricupero del valore di verità della realtà è molto importante e questo si può ottenere attraverso una diffusione della cultura scientifica. Ma, per quello che ho detto prima, la cultura scientifica non può negare l’esistenza di una realtà – la bellezza, i sentimenti, eccetera – che non è conoscibile tramite la scienza e quindi non può essere limitata solo al mondo naturale. La persona umana è qualcosa di molto più ricco. Ora, come uomo di scienza, la cosa che mi ha sempre colpito è che la natura è per noi conoscibile e comprensibile e quindi è portatrice di una verità; non siamo noi che rendiamo vera la natura, ma è la natura che ha questa verità ed è comprensibile da noi, cioè è una verità che si coniuga con la nostra ragione. Perché avvenga questo è un mistero. E questo mistero non è certo illuminabile solo attraverso la scienza. Qui ci vuole una ragione aperta alla fede.
Sostituirsi al Creatore è sbagliato in quanto si viola quella che è la dignità della persona umana. La dignità della vita umana e della persona è un valore primario, per cui quando si vanno a toccare i problemi della procreazione, della modifica dello sviluppo della vita umana bisogna stare molto attenti. Peraltro non ho nessun tipo di remora laddove si interviene nel mondo naturale, per esempio per fare delle modifiche di carattere genetico nelle piante, come nel caso dei famosi Ogm. L’importante è assicurarsi che non danneggino l’uomo; questo è il punto fondamentale.

 

«La scienza non è in grado di elaborare principi etici», anche se c'è già chi parla di neuroetica e non riconosce validità a principi esterni al sapere scientifico. È possibile oggi operare in campo scientifico rispettando fino in fondo la dignità dell'uomo e conservando l'impegno a servirlo responsabilmente?

 

Ritengo che la scienza non possa arrogarsi il diritto di negare i valori etici esterni. Peraltro l’etica è qualcosa che supera la scienza e lo scienziato deve essere un uomo che ha un’etica, anche nel fare scienza. È vero che non ci debbono essere limiti nelle metodologie scientifiche e negli oggetti che la scienza studia, a meno che, appunto, non si tocchi la dignità della persona umana. Quindi i comportamenti etici sono fondamentali. La sperimentazione non è sempre possibile; la dignità della persona umana è un principio etico che deve essere rispettato. Lo scienziato, quando fa gli esperimenti, deve avare un comportamento etico, nel senso che deve riportare i risultati dell’esperimento, anche se sono difformi da quello che lui si aspetta. C’è, purtroppo, anche in comportamenti degli scienziati, la tentazione di far dire agli esperimenti quello che uno vorrebbe che dicessero; e questo è molto sbagliato.

 

Parlare di principi etici significa solo invocare più limitazioni, norme più stringenti, oppure il discorso è più ampio e interessante?

 

Certamente c’è stata la tentazione di non porre limiti, ma i essi ci sono anche nella scienza; basta pesare ai limiti economici e finanziari o ai limiti del consenso. In tutte le sue attività l’uomo deve capire che ci sono dei limiti che nascono dal rispetto degli altri e di se stesso, dalle esigenze sociali e così via. Credo che l’etica debba essere vista in un modo molto ampio, come l’insieme dei principi a cui gli uomini si debbono rifare per dare un senso positivo al loro agire, sia che sia un agire professionale, sportivo e anche scientifico.



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COMMENTI
20/10/2008 - IMPARIAMO A RICONOSCERCI (ALEXANDRA ROSSI)

Credo che la dignità dell'uomo non sia altro che la possibilità continua di potersi rispecchiare in ciò che si può definire divino poichè l'uomo è il frutto e il seme e lo specchio di ciò che ci circonda. Divina è la natura e tutta l'esistenza intera. Divino è il riconoscerci come esseri che non solo di ragione siam fatti ma di anima e sentimento. Il metro di misura siamo noi e dunque l'universo e quindi la consapevolezza che esiste la ragione cosi' come il metodo sperimentale ma, sempre, affiancati indissolubilmente al sentire che è l'anima e il centro di ogni cosa. E' vero, siamo misurabili come lo è di fatto la natura ma siamo infiniti esseri in connessione con la divinità e rinnegare il profumo dell'aria è un pò come rinnegare la vita medesima. Impariamo a riconoscerci e potremmo veramente comprendere tutto