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ECOCARBURANTI/ C'è una pianta che cresce senz'acqua che può scaldare case e far andare auto. Perchè non la usiamo?

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L’amara profezia che ritroviamo nei Cori della Rocca di Eliot (“L’uomo ha abbandonato tutti gli dei tranne la lussuria, il denaro e il potere”) potrebbe essere resa ancora più drammatica, se ci aggiungiamo il fatto che nel suo operare economico l’uomo sembra aver perso anche il senno. Altri ben più esperti di me in materia stanno autorevolmente commentando su IlSussidiario.net la crisi epocale provocata dallo sciagurato rapporto tra finanza ed economia, così come si è delineato negli ultimi 25 anni.

 

Vorrei invece attirare l’attenzione su un’altra delle follie che l’homo oeconomicus si è messo a perseguire con una tenacia degna di miglior causa. Preoccupato dai problemi sull’effetto serra causati dagli idrocarburi, ma ancora più preoccupato della loro crescente scarsità, si è dedicato con molto impegno a estrarre carburante dai vegetali, una volta che se ne è scoperta la possibilità.

 

Così si è cominciato a produrre bio-carburanti da barbabietole, canna da zucchero, cereali, soia, mais, legno, eccetera. Senza riflettere sul fatto che, ad un'attenta riflessione, nell’applicazione di questa conversione, gli svantaggi sembrano superare di gran lunga i vantaggi.

 

Innanzitutto va detto che ancora non è certo che i bio-carburanti siano meno inquinanti di quelli tradizionali, mentre è certo che la loro produzione sta aumentando la fame nel mondo a causa della riduzione di terreni coltivati a scopo alimentare. Poiché la grande richiesta ha fatto lievitare i prezzi, è del tutto evidente che proprietari e conduttori di aziende agricole preferiscano destinare le proprie coltivazioni all’impiego più redditizio, come si sta rivelando quello dei bio-carburanti..

 

Crescendo di conseguenza il prezzo dei cereali, è aumentato inevitabilmente quello di prodotti derivati come pane, pasta, e anche dei foraggi, con evidenti riflessi sul prezzo della carne. Se si sommano gli effetti di questo meccanismo redditizio per pochi e dannoso per molti (ma che novità…) con gli effetti della recessione, sembra davvero lecito affermare che l’homo oeconomicus abbia perso sul serio il senno.

 

E non basta: si è riflettuto seriamente su cosa significhi effettivamente “rinnovabile”? Lo è una risorsa sempre più scarsa come l’acqua, ad esempio? Dai mutamenti climatici in corso non pare proprio: e allora come la mettiamo con il fatto che per produrre un litro di biodiesel servono 4000 litri di acqua per l’irrigazione e la trasformazione chimica? Come la mettiamo con il fatto che, secondo alcuni ricercatori, se si volesse produrre le quantità adeguate ad alimentare i motori diesel di tutta Italia (è solo un esempio) occorrerebbe utilizzare – sottraendoli alla produzione agricola alimentare - quasi tutti i terreni coltivabili? Sul portale della BBC c’è un articolo nel quale alcuni esperti dell’Onu parlano dei bio-carburanti come di un “crimine contro l’umanità”. Alcuni autori della rivista Natural Resources Research, già nel 2005 affermavano che “la produzione di biodiesel e bioetanolo consuma di gran lunga più energia di quanta se ne possa ricavare, non tenendo inoltre conto né dei danni ambientali né delle tasse”.

 

Eppure l’idea sembrava buona. Semplicemente, invece che ricercare la strada più ovvia, forse occorreva continuare a ricercare. E soprattutto a non ignorare ciò che sta sotto il nostro naso.

 

Alludo alla Jatropha, pianta sconosciuta ai più.

 

Che cos’è la Jatropha? È una pianta selvatica con alcune caratteristiche assai particolari: a) produce dei baccelli i cui semi (inutilizzabili per usi alimentari in quanto addirittura velenosi) risultano eccellenti per la produzione di bio-carburante. B) cresce senza alcun bisogno di irrigazione, bastandole l’umidità notturna. C) cresce anche in terreni pietrosi, aridi e secchi e quindi inutilizzabili per l’agricoltura. D) lascia scarti di lavorazione che costituiscono un ottimo integratore per i mangimi animali.

 

Per portare a regime una coltivazione di jatropha occorrono circa due anni, senza bisogno di cure troppo sofisticate, ed è lo stesso tempo richiesto da una piantagione di olio di palma, tanto per fare un esempio. Naturalmente anche questo tipo di agricoltura richiede superfici sufficientemente ampie per potere giungere ad un buon rapporto investimento/produzione…ma non dimentichiamo che i terreni richiesti non sono quelli irrigui – e quindi pregiati – necessari per la palma, il cocco, i cerali e la soia, bensì quelli che non interessano a nessuno. In Ghana, ad esempio, si potrebbero usare quelle che stanno diventando ex-miniere per via dello scadere delle concessioni e soprattutto per l’esaurimento dei filoni di minerali pregiati. Poiché si calcola che molto presto, a causa di ciò, circa 50.000 minatori di questo paese verranno privati del lavoro, è facile intuire come la loro conversione in coltivatori di jatropha da far crescere in terreni che non valgono più nulla, potrebbe risolvere almeno una delle tante catastrofi umanitarie che affliggono il mondo. Oltre che impedire la trasformazione dei nuovi disperati in altrettanti immigrati clandestini pronti ad arrivare in Italia, visto che le periferie delle città ghanesi già scoppiano per l’alto numero di senza lavoro privi di prospettive. Analoga conversione potrebbe avvenire in Burkina Faso, Mozambico, Togo e Costa d’Avorio, tanto per citare paesi nei quali la jatropha attecchisce da sola…

 

Sembra la classica opzione win-win, come dicono gli anglosassoni. Perché avendo a disposizione una pianta che non può servire ad altro, che non sottrae risorse scarse come l’acqua o terra buona, e quindi non provoca scarsità di produzione agricola per l’alimentazione, sarebbe un delitto non approfittarne.

 

Questo mi pare un campo (in questo caso metaforico) nel quale associazioni umanitarie ma anche il nostro Governo, tramite istituzioni come la Cooperazione allo Sviluppo, potrebbe fornire know-how dedicato e poco costoso, ottenendo anche lo scopo di eliminare alla radice il motivo che spinge sempre nuove masse di disperati a iniziare il periglioso, inutile, dannoso viaggio verso le nostre coste.



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