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COLERA/ Pregliasco: la situazione in Zimbabwe è l'ennesimo caso di una malattia che accompagna la povertà

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Dottor Pregliasco, che tipo di malattia è il colera?

 

Il colera è una patologia di quelle “storiche”, nel senso che è letteralmente parte della storia dell'umanità perché ha accompagnato per secoli gli insediamenti e le comunità umane. Ancora oggi risulta essere una malattia endemica in quanto sono circa 200.000 i casi identificati nel mondo di cui il 95% è, purtroppo e ovviamente, in Africa. Il batterio responsabile dà diverse forme di patologia a seconda del proprio “sottotipo” di appartenenza. Per dare un'idea si pensi che solamente il 20% delle infezioni presenta sintomi evidenti. Il restante 80%, la maggioranza delle infezioni, non offre manifestazioni di forma clinica. Il colera viene spesso indicato come responsabile della “diarrea del viaggiatore”, il quale, a parte il disturbo temporaneo, non accusa sintomi più gravi. Questo perché appunto una buona parte delle infezioni non ha sviluppi gravi.

 

Come ci si infetta?

 

Di fatto è una delle patologie cosiddette a trasmissione feco-orale. Si trasmette con l'ingestione di acqua, soprattutto, e di alcuni alimenti, in particolare i molluschi. Gli epidemiologi si ricorderanno certamente del caso di qualche anno fa relativo a un focolaio in Puglia. Esso fu proprio scatenato dall'assunzione di molluschi crudi, tenuti in un vivaio non adeguatamente controllato.

 

Quali sono i principali sintomi e come si può curare?

 

La principale caratteristica è una fortissima dissenteria che può essere molto grave nei soggetti più fragili. Per intenderci si consideri che un soggetto affetto può arrivare a perdere un litro di liquidi all'ora. Si può bene immaginare cosa questo significhi a livello di disidratazione. Ovviamente la cosa è aggravata nelle zone povere del pianeta come l'Africa dove, spesso legata all'assenza d'acqua, c'è una scarsa assistenza. La terapia più adeguata richiede sostanzialmente soluzioni reidratanti, cioè che contengano zuccheri sali e acqua, e in più antibiotici anche se alcuni tipi di batteri del colera si rivelano molto resistenti a questi ultimi.

 

Qual è il meccanismo che porta a questo terribile malessere?

 

La “tossina colerica” svolge un'azione distruttiva nei confronti dei tessuti intestinali. In parole povere è come se le pareti del nostro intestino venissero “forate”, si perdesse la “barriera” che le separa dal resto del nostro organismo. Tutti i liquidi compresi nel nostro corpo convergono così nel lume intestinale e vengono poi espulsi in forma dissenterica.

 

Le probabilità che il decorso sia di esito mortale sono elevate?

 

Il tasso di mortalità dipende ovviamente dalle forme. Ce ne sono di più o meno potenti. In particolare i sottotipi “El Tor” e “0139”, hanno una forte capacità di aggressione. In termini di percentuali, se il paziente viene curato adeguatamente, si espone a un rischio di mortalità che si aggira intorno all'1%, ma senza un adeguato sostegno terapeutico il tasso di letalità nei casi più gravi può arrivare al 50%.

 

Quando si sviluppano focolai come quello dello Zimbabwe come si procede?

 

Si interviene sostanzialmente con un'azione epidemiologica con l'obiettivo di andare a individuare l'effettiva estensione dei casi, quindi si cerca di individuare le cause e l'elemento di rischio, un po' come avviene in C.S.I., ma in modo molto meno eroico e molto più prudente. Si indaga quindi sulle attività dei soggetti colpiti nelle 48 ore precedenti la manifestazione del contagio.

Segue poi l'aspetto di verifica e “bonifica” ambientale, come avvenne in Italia nel sopracitato caso dei molluschi.

 

Nel caso attuale ci si è mossi con tempestività?

 

Assolutamente sì. C'è una task force dell'OMS che ha l'incarico di svolgere quanto più tempestivamente indagini epidemiologiche. Lavorano in collaborazione con i ministeri della salute dei vari paesi i quali li mettono in allerta il prima possibile. Per parte loro i medici e i volontari assicurano una competenza tecnica eccellente, ma è chiaro che si tratta anche di una questione di fondi.

 

L'Europa corre il rischio che si generino dei focolai?

 

Il rischio di contaminazione, è davvero molto basso. Il motivo risiede nel meccanismo di smaltimento dei liquami, della depurazione delle acque e per la cura degli aspetti di igiene ambientale che viene effettuata nel nostro continente. In più il livello di cure di cui disponiamo è imparagonabile a quello dei paesi africani. Abbiamo alcuni antibiotici terapeutici, fino a poco fa c'era anche un vaccino a disposizione che poi è stato ritirato a causa della sua breve efficacia. Da poco tempo ne esiste un altro che si può assumere per via orale e che è vivamente consigliato per coloro che si recano in zone del pianeta a rischio.

 

In passato ci sono stati casi di gravi epidemie nel nostro continente?

 

Tantissimi, possiamo prendere in analisi gli ultimi due secoli e già accorgerci di quanto questa malattia sia stata ricorrente. Nel XIX secolo ci fu una pandemia originata nel delta del Gange, in India e poi diffusasi. Ci fu l'epidemia proveniente dall'Egitto nel 1947 che ebbe poi diffusione globale. L'”El Tor” si diffuse poi negli anni '60 a partire dall'Indonesia fino al continente europeo. Il colera poi divenne endemico e cronico in Africa dagli anni '70. Una “celebre” epidemia fu quella in Rwanda nel 1994.



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COMMENTI
05/12/2008 - colera (Mirella Pontello)

senz'altro il WHO interviene per monitorare i focolai ecc., ma dovremmo anche chiederci perchè non si investe di più sulla prevenzione per il colera e più in generale per le malattie diarroiche (importantissima causa di morbosità/mortalità nei Paesi in via di sviluppo). Lo strumento per queste patologie non è la vaccinazione: non abbiamo vaccini particolarmente soddisfacenti e , comunque, la prevenzione deve riguardare l'ambiente. Nei Paesi in via di sviluppo occorrebebbe investire di più per assicurare la disponibilità di risorse idriche sicure e un adeguato smaltimento dei liquami. Se l'Ialia e il nostro continente sono "cholera-free" è per questi interventi e non per campagne di vaccinazione. Mirella Pontello (Professore Ordinario di di Igiene - Università degli studi di Milano)