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CLIMA/ Passaggio a Nord Ovest, il riscaldamento globale fa cadere l'ultima frontiera

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L'esplorazione dei luoghi più inaccessibili ha rappresentato uno dei punti più significativi nel cammino storico dell’uomo e una singolare occasione di affermazione culturale. Commercio e profitto sono stati sicuramente tra i motori che hanno spinto, ad esempio, grandi esploratori a cercare una strada navigabile più semplice che permettesse di metter in comunicazione l’Oceano Atlantico e l’Oceano Pacifico. Un’illusione che rimase aperta sin da quando, nel 1585, l'esploratore inglese John Devis tentò di trovare il mitico Passaggio a Nord Ovest, lungo la costa del Canada artico e dell’Alaska verso lo Stretto di Bering; molti altri provarono, senza mai trovare una via praticamente utilizzabile. Le stesse difficoltà, e forse ancora maggiori, si presentavano per il Passaggio a Nord Est, lungo la costa nord della Scandinavia, e della Russia, per raggiungere sempre lo Stretto di Bering. Queste vie sono infatti bloccate dal ghiaccio marino che ricopre l’Oceano Polare anche nelle stagioni estive e solo sottomarini a propulsione nucleare e qualche nave rompighiaccio riuscivano a utilizzare simili rotte.
Il ghiaccio marino, specialmente quello dell’emisfero nord, si trova in un delicato equilibrio tra le condizioni climatiche delle aree polari e quelle della circolazione oceanica. Il ruolo di tale distesa ghiacciata è talmente importante che anche l’Ipcc (Panel Internazionale sui Cambiamenti Climatici, organo dell’Onu) lo sta studiando da oltre 20 anni e proprio con il suo ultimo rapporto, pubblicato nel 2007, ne ha osservato il ritiro sia come estensione che come spessore. Una tendenza in diminuzione già osservata a partire dagli anni ‘80, anche se il grosso della perdita è cominciato alla fine degli anni ’90 con riduzioni fino a oltre 3 milioni di chilometri quadrati di ghiaccio marino nelle stagioni estive. Il 2007 è stato poi l’anno con la maggiore perdita, che ha portato per la prima volta ad aprire i due famosi Passaggi. In pratica, dopo secoli di tentativi di forzare questa porta senza successo, ci troviamo ora con una porta quasi aperta.
Il fatto è che la tendenza del ritiro dei ghiacci marini dell’Artico non sembra fermarsi: in perfetta relazione con l’aumento della temperatura del Pianeta, il fenomeno sembra destinato ad amplificarsi. La porta potrebbe addirittura spalancarsi, come è stato riportato dal National Geographic e dal Corriere della Sera all’inizio della scorsa settimana. I modelli di evoluzione del ghiaccio marino, sembrano mostrare scenari abbastanza critici, con un minimo di estensione proprio nell’estate 2008. Questa sarebbe un’ulteriore evidenza dell’impatto che l’uomo sta avendo sui sistemi naturali, specialmente quelli più delicati. Modelli di previsioni a lungo tempo mostrerebbero addirittura la liberazione dai ghiacci dell’area del Polo Nord entro i prossimi 50 anni.
E' abbastanza chiaro che, al di là dell’interesse meramente economico, se si dovesse effettivamente verificare ciò che i modelli predicono, la situazione ambientale dell’area polare e circumpolare subirebbe cambiamenti in alcuni casi drammatici. L’impatto sulla flora e sulla fauna sia continentale che marina, attualmente legata proprio alla presenza del ghiaccio marino (si pensi all'orso polare), sarebbe sconvolgente. E quale l’impatto di questa perdita di ghiaccio marino e del successivo aumento della temperatura dell’acqua marina, sulle specie ittiche? E quindi sulla pesca? Inoltre anche il ghiaccio di permafrost, contenuto nei sedimenti continentali delle aree canadesi e siberiane potrebbe sciogliersi, aumentando l’impaludamento di ampie aree dell’America del Nord e dell’Asia.
Ancora una volta l’uomo è riuscito, col suo spirito di esploratore, a raggiungere il proprio scopo. Ma stavolta forse il metodo utilizzato non è stato dei migliori. Il riscaldamento globale ci permetterà forse di viaggiare più velocemente tra l’Oceano Pacifico e l’Oceano Atlantico; ma c'è da chiedersi seriamente che cosa abbiamo perduto lungo la strada.



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