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CLIMA/ Lindzen: la vera catastrofe ambientale si chiama “disinformazione”

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Per chi ha la passione per la verità e non ama le semplificazioni ideologiche, deve essere piuttosto scomodo destreggiarsi nel mondo della comunicazione; soprattutto in un campo come quello ambientale dove, se non hai qualche allarme da lanciare, difficilmente troverai un'audience all'altezza.

E ciò che accade da qualche tempo a Richard Lindzen, docente di meteorologia al prestigioso MIT di Boston, che partecipa al Meeting di Rimini all'incontro Cambiamenti climatici: catastrofismo o reali pericoli?, insieme a Franco Prodi, Antonio Ballarin Denti e Elio Sindoni.


 

La carriera scientifica di Lindzen è costellata di riconoscimenti e di risultati importanti; ma anche di scontri e di contrasti non sempre morbidi. Ma ormai è abituato e trova un certo gusto a contrattaccare, facendo uscire allo scoperto l'ingenuità e la superficialità di tanti luoghi comuni e di tante affermazioni che ormai vengono diffuse con una sicurezza che ha poco di scientifico. Quindi, se gli chiedete: «è vero che la temperatura media della Terra sta crescendo?», vi risponderà che sì, c'è un aumento accertato di qualche decimo di grado; ma si affretterà a incalzarvi domandandovi perché la cosa vi preoccupi tanto. Lui non sembra preoccupato. Eppure questi dati li conosce bene e non ha nessun interesse a camuffarli o a minimizzarli.
 

Il fatto è che le conseguenze di tale riscaldamento non sono così catastrofiche come si vuol far credere e non c'è nessuna base scientifica su cui fondare simili previsioni. Lindzen fa l'esempio del paventato scioglimento dei ghiacci. «Il principale fattore che incide su tale fenomeno è la copertura nuvolosa estiva: se è debole, fonde più ghiaccio di quanto se ne formi in inverno. Ora nessuno può dire quanto ciò dipenda dalla temperatura media del pianeta; inoltre vanno considerati altri elementi, come i venti, la loro intensità e direzione. Ad esempio l'anno scorso c'è stata una significativa riduzione dei ghiacci al Polo Nord; ma non riusciamo a stabilire quale sia stata la causa determinante».
 

Il problema quindi sono le correlazioni tra i vari parametri, la nostra capacità di tener conto dei molteplici fattori che influenzano il clima e di stabilire per ciascuna il raggio d'azione e i limiti di validità. Da ciò dipende anche l'altro grande problema: quello delle previsioni. Per queste ci vorrebbero dei modelli di funzionamento del sistema-clima sufficientemente attendibili. Ma esistono? Ancora una volta la risposta di Lindzen è negativa: «Purtroppo non abbiamo modelli adeguati».

 

Ad esempio, quando si fanno previsioni sul riscaldamento globale e si vuol verificare l'impatto della CO2 sull'evoluzione termica, ci si trova davanti a risultati sconcertanti: si osserva che simulando anche piccoli incrementi di questo gas serra, i modelli danno come esito variazioni climatiche molto più imponenti di quanto ci si dovrebbe ragionevolmente attendere, con aumenti anche di cinque volte superiori. «Se il modello fosse realistico vorrebbe dire che Dio non è stato un buon progettista, che la macchina-clima funziona male. In realtà, i modelli che abbiamo non riescono a stabilire delle correlazioni univoche e i fenomeni atmosferici manifestano spesso comportamenti casuali, con andamenti differenti da luogo a luogo».


 

Questo non significa che dobbiamo rassegnarci all'ignoranza, oppure dire che sul clima non ci sono problemi. La preoccupazione principale di Lindzen è di mettere in guardia dalla possibile confusione che deriva dall'uso distorto ed estrapolato dei dati. «Questo è il primo serio pericolo per l'ambiente».


 

Poi bisogna riconoscere che l'uomo ha grande capacità di adattarsi ai mutamenti dell'ambiente e anche che tale capacità è maggiore nei Paesi con le economie più avanzate. Ciò è vero per tutti i tipi di minaccia ambientale: la capacità di prevenzione, di reazione e di recupero è enormemente favorita da un contesto di maggior benessere e da condizioni sociali e culturali migliori. Da ciò deriva un'implicita indicazione su cosa fare per l'ambiente, su quali strategie politiche adottare: strategie che dovranno andare verso un potenziamento delle generali condizioni di vita e di cultura. Provvedimenti come quelli previsti dal protocollo di Kyoto sembrano invece meno interessanti, anche perché il loro eventuale effetto positivo sarebbe ben poco in proporzione allo sforzo economico fatto per attuarlo; e poi non terrebbe conto dei grandi mutamenti geopolitici che nel frattempo si stanno verificando, come il rapido sviluppo di molti Paesi.


 

Lindzen quindi non immagina una situazione di immobilismo. «Trovare soluzioni nuove è nella natura dell'uomo ed è inevitabile che anche in campo ambientale, così come per la produzione di energia, si sperimentino tutte le strade possibili». D'altra parte, non si tratta di questioni teoriche, le scelte di una soluzione energetica, ad esempio, sono legate strettamente alle situazioni concrete e alle convenienze economiche. Si ricorre a certe fonti piuttosto che ad altre perché sono meno costose e più facilmente gestibili.
 

Emerge così un aspetto sotteso al dibattito ambientale, che forse Lindzen avverte maggiormente dato il suo punto di osservazione negli Usa: il ruolo rilevante degli interessi economici e delle regole del business, che spesso sono la griglia attraverso la quale leggere anche tante prese di posizione di grosse realtà industriali che sposano la causa ambientale. Ma anche questo non è da demonizzare: può essere una componente di quella dinamica di adattamento che fa vedere le cose in una prospettiva più positiva.

Non siamo quindi sull'orlo della catastrofe. Specie se anche gli europei, abituati su questi temi a parlare molto ma a fare poco, assumeranno posizioni più pragmatiche e concrete.

 

(mg)


 



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