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La passione per il vero è la molla della creatività scientifica

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Se vogliamo che nel mondo continui a svilupparsi la creatività scientifica e tecnologica e che ciò contribuisca a una crescita equilibrata della società, dobbiamo interrogarci a fondo sulle radici di tale creatività, sulle condizioni culturali, sociali e umane che possono favorirla oppure ostacolarla. È quanto hanno fatto nei giorni scorsi una dozzina di scienziati e studiosi di livello internazionale radunati all'Hotel Titano di San Marino dalla Templeton Foundation e dall'associazione Euresis per un simposio su Creativity and creative inspiration in mathematics, science, and engineering: developing a vision for the future. I promotori non sono nuovi a questo tipo di iniziative: da qualche anno, a metà agosto, il tema centrale del Meeting di Rimini viene declinato in un colloquio interdisciplinare di questo tipo, che non ha altri particolari fini se non quelli di far avanzare le conoscenze attraverso l'incontro di esperienze umane e conoscitive di grande spessore, in un clima di apertura e disponibilità a un confronto senza preconcetti.

Ma già questa impostazione contiene una parte delle risposte all'interrogativo di partenza. La storia delle origini della scienza moderna, così come alcune delle grandi conquiste del secolo scorso, mostrano che la creatività e la capacità di innovazione si alimentano in un contesto adatto, determinato da una visione del mondo positiva e aperta e dalla presenza di luoghi che tengono desta la passione per il vero e invitano a un uso della ragione ampio e senza barriere ideologiche.

È il caso dell'esperienza descritta da Tibor Frank, della Eötvös University di Budapest, che ha visto una impressionante fioritura di matematici e fisici in Ungheria tra fine 800 e inizio 900, grazie alla azione propulsiva del celebre fisico Loránd Eötvös: si deve a lui la creazione di strumenti e occasioni di incontro e raccordo tra scienziati, docenti e studenti che sono tuttora attivi e mostrano i frutti di una tradizione consolidata.

Anche Gino Segre, fisico dell’Università della Pennsylvania, ha posto l'accento sulla tradizione, richiamando la famosa scuola di Copenhagen avviata da Niels Bohr e punto di riferimento per tutti i fisici quantistici della prima metà del secolo scorso. Segre peraltro il giorno prima del simposio, intervenendo a una tavola rotonda al Meeting insieme a Charles Harper, Constantino Tsallis e Marco Bersanelli, aveva richiamato la valenza culturale del lavoro scientifico, parlando addirittura della “bellezza della scienza” che però spesso gli stessi scienziati “cercano di nascondere”.

Che la questione sia educativa e culturale è abbastanza evidente. Lo aveva sottolineato proprio a Rimini lo stesso Harper,vice presidente della Templeton Foundation e uno degli ideatori del simposio, stabilendo un parallelo tra le esigenze della scienza odierna e quel desiderio di comprendere insito nell’uomo che ha determinato la nascita delle università nel Medio Evo europeo e l’edificazione delle grandi cattedrali gotiche.

Per tradurre questo potenziale umano in metodo pedagogico, bisogna far leva sul “triangolo della cretività” sul quale si è soffermato Tsallis, del Centro Brasileiro de Pesquisas Físicas: verità, bellezza, bontà. Dall'intreccio di queste tre dimensioni può emergere la creatività e su questo triangolo si può impostare l'azione urgente di rinnovamento della scuola e delle istituzioni accademiche.

Infine c'è da considerare la componente della pubblica opinione, del clima culturale diffuso che, laddove dominano relativismo e scetticismo, non facilita certo il compito degli educatori e rende faticoso anche il lavoro degli scienziati, chiamati a dedicare ingenti energie per risultati che trovano anche un giusto riconoscimento pubblico ma il cui significato spesso resta nebuloso o ambiguo. Specie se si considerano le prospettive di cambiamento come quelle prospettate da John Wood, della facoltà di ingegneria dell'Imperial College di Londra, che ha invitato a riflettere sulle questioni etiche che potranno sorgere quanto più si realizzeranno le “promesse” di quella che già viene chiamata “biologia sintetica”, cioè l'esito della connessione dei dispositivi elettronici e fotonici alle cellule viventi.

Ma ancora una volta, sarà solo attraverso il triangolo di Tsallis che potremo sperare di intravedere una via di uscita che rispetti fino in fondo la libertà e la dignità umana.

 

(m.g.)



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