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CLIMA/ Maggi (glaciologo): “I ghiacciai tornati agli anni ’70? Troppo presto per dirlo”

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Con giubilo e trionfo il rigido inverno 2008/2009 è stato salutato come l’antidoto al riscaldamento globale. Ma passare dal catastrofismo alla redenzione rimane sempre un’esagerazione. Lo dice Valter Maggi, glaciologo, che invita alla prudenza gli ottimisti sdrammatizzando comunque le geremiadi dei profeti di sventura

 

Professor Maggi , stando a quanto recentemente sostenuto da alcuni climatologi e riportato da parecchi giornali, sembrerebbe che i ghiacciai siano ritornati alle dimensioni che avevano negli anni ’70.

 

Addirittura? Bene, io posso dire che alla fine di dicembre si è tenuta la consueta riunione del Comitato Glaciologico Italiano, organo che raccoglie gli esperti di glaciologia, ricercatori accademici e non. Una delle principali attività svolte dal comitato è quella di controllare un significativo campione (circa 200) di ghiacciai nazionali, a partire dalle alpi marittime fino al Friuli Venezia Giulia. A tutto settembre il risultato delle misurazioni li vedeva in ritiro esattamente come è sempre stato negli ultimi vent’anni. La situazione non è assolutamente cambiata.

Poi è nevicato, come succede di solito in inverno, e questo non significa per forza che qualcosa sia cambiato. I ghiacciai probabilmente non se ne sono neanche “accorti”.

 

Ovvero?

 

Per poter fare in modo che un ghiacciaio si muova occorre che la sua intera massa venga modificata in modo incisivo. E questo potremo verificarlo soltanto alla fine dell’anno, non solare ma idrologico, che finirà il prossimo novembre. È chiaro che d’inverno la neve non fonde. Per questo, prima di sbandierare dichiarazioni eclatanti bisogna vedere come passeranno la primavera e l’estate. In qualunque caso è davvero molto difficile che la nevicata d’inverno possa incidere immediatamente sulla massa del ghiacciaio. Aggiungo soltanto un’ultima osservazione su quanto sostengo: non intendo certamente avere la pretesa di descrivere le possibilità infinite che la Natura riserva. Tutto è possibile, anche che i ghiacciai nel giro di un anno accumulino una massa impressionante, ma diciamo che è davvero molto improbabile. Inoltre la mia analisi riguarda solamente la situazione nazionale.

 

Nel resto del mondo ci sono “sorprese” in questo senso?

 

In Norvegia e in Nuova Zelanda ci sono alcuni ghiacciai che stanno avanzando. Ma l’ipotesi che finora è considerata maggiormente plausibile attribuisce la causa di questo fenomeno paradossalmente al riscaldamento globale e non al suo contrario.

 

Potrebbe spiegare il motivo di questo paradosso?

 

In poche parole si tratta di ghiacciai molto vicini al mare. Durante l’estate il calore favorisce la quantità di vapore acqueo nell’atmosfera causando maggiori precipitazioni. Il conseguente accumulo di neve impedisce perciò che il periodo estivo fonda i ghiacci. La fusione naturale non riesce a intaccare l’accumulo di nevi. Si tratta comunque, ripeto, di pochi casi isolati rispetto alla totalità dei depositi mondiali.

 

Il ritiro dei ghiacciai è dovuto a un andamento naturale o è causa anche del surriscaldamento globale?

 

I nostri ghiacciai sono in ritiro, non costante ma con “pulsazione”, a partire più o meno dalla fine del 1800. Tra il 1850 e il 1900 tutti i ghiacciai del mondo hanno iniziato a ritirarsi. La metà dell’800, come punto di avanzata massima, è una causa naturale. Difatti quel periodo segna la fine della cosiddetta “piccola età glaciale” che ebbe inizio a partire dal 1300/400. La fine di quest’epoca ha corrisposto con quello che è stato il grande boom dell’azione umana sul nostro pianeta. A essere onesti dall’inizio degli anni ’80 a oggi c’è stato un grandissimo ritiro il quale, almeno stando ai dati del pannello internazionale dei cambiamenti climatici dell’ONU, è dovuto al riscaldamento. Anche se attualmente la situazione è meno critica rispetto al periodo degli anni ‘80/’90.

È da dire che i ghiacciai rispondono sia alla temperatura sia a un’eventuale riduzione delle precipitazioni. L’avanzamento o il ritiro non sono legati solo ed esclusivamente al calore o meno, ma anche a quanto e a quando nevica. Se nei mesi primaverili non nevica il rischio di fusione è molto più elevato e la temperatura può mangiare quello che era il ghiaccio del precedente anno. Negli ultimi decenni si è assistito, dicevo, a un grosso ritiro, specialmente nell’area alpina dove si stima un innalzamento di più di un grado. Ma ciò è dovuto anche al fatto che le stesse precipitazioni hanno cambiato regime e di neve ne è caduta molto poca.

 

Ma lei parlava prima di una maggiore criticità durante gli scorsi decenni. Si sta per caso assistendo a un’inversione di tendenza?

 

Ovviamente questi trend non sono sempre continui. Non è che quando decidiamo che c’è un riscaldamento globale tutti gli anni, di conseguenza, faccia sempre più caldo. È difficile dire oggi, al terzo anno piuttosto freddo, rispetto al precedente periodo, che questa sia un’inversione di tendenza. Non bisogna confondere le variazioni delle tendenze medie con quelle che sono le variazioni naturali. L’occhio limitato nel tempo degli uomini, trae spesso in inganno. Per questo occorrono le statistiche. Se per i prossimi vent’anni la situazione si presenterà più o meno simile a quella attuale potremo parlare di raffreddamento.

 

Lei è di professione glaciologo. Che cosa significa esattamente studiare il ghiaccio, elemento che, per il senso comune non è null’altro che acqua solidificata?

 

In genere la glaciologia studia la criosfera cioè quella parte del pianeta coperta dal ghiaccio. In poche parole studiamo la superficie dell’Antartide (una volta e mezzo l’Europa) e quella della Groenlandia. Questi due territori da soli comportano circa il 99% dei ghiacci che ci sono sul nostro pianeta. Tutti gli altri ghiacciai formano appena l’1%. Le dimensioni sono dunque notevoli. Normalmente i glaciologi lavorano su questo. Abbiamo a che fare con situazioni fortemente legate al sistema climatico e oceanico in quanto il ghiaccio continentale controlla il livello del mare. Quindi questa è una grossa fetta di studio.

Inoltre il ghiaccio deriva da precipitazione nella neve e ha la capacità di congelare, e quindi conservare quasi perfettamente, tutto ciò che trova nell’atmosfera. I nostri più recenti carotaggi, effettuati nelle zone sopra citate, sono giunti ad una profondità di circa 3,3 km. Questo significa che ci hanno dato la possibilità di ricostruire le atmosfere i cui elementi sono rimasti intrappolati nel ghiaccio nel corso di intere epoche. Ad oggi abbiamo ricostruito il clima del passato per gli ultimi 800.000 anni. Il mio mestiere è dunque anche quello di studiare il clima del passato. Un tesoro di storia inestimabile, un archivio di informazioni preziosissime.

 

Quanto è realistica la paura che si avverte a livello globale per lo scioglimento dei ghiacci?

 

Offro un paio di numeri, giusto per intenderci. Se prendessimo tutta la Groenlandia e la fondessimo il livello del mare si alzerebbe dai 5 ai 7 metri. Se si facesse la stessa cosa con l’Antartide il livello del mare si alzerebbe di 70 metri. Fortunatamente non ci sono tracce di pericolo che questi si possano fondere.

La situazione non è quindi per nulla disastrosa. Ma non significa che non ci siano problemi. Occorre tenere sotto controllo alcune zone sensibili del pianeta quando si registrano innalzamenti assai inferiori a quelli di cui sopra. Un innalzamento del livello delle acque di 40 centimetri può provocare gravi disagi in diffuse zone della Terra. E non sto banalmente parlando di Venezia, ma di certi luoghi molto più a rischio, come l’Olanda o il Bangladesh i quali hanno una grossa fetta del proprio territorio addirittura sotto il livello del mare. Ma anche qui occorre sdrammatizzare in un senso e non fantasticare nell’altro. Ovviamente non sappiamo cosa accadrà tra cento anni. Le nostre previsioni sono in grado di offrirci una certa affidabilità solo per i prossimi sei giorni dal momento in cui vengono applicati i modelli. Se i modelli sono invece applicati a periodi di tempo equivalenti a secoli è ovvio che si tratta soltanto di ipotesi. Questa incapacità di fare previsioni riguarda, come abbiamo visto, i mercati internazionali e l’economia i quali si basano su cifre apparentemente molto più certe. Figuriamoci i calcoli relativi all’atmosfera terrestre. Per cui occorre e risulta molto più utile affidarsi alla statistica e a un sano realismo.



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