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ENERGIA/ Il caso-gas in Italia. Se tecnica e know-how si scontrano con i limiti della politica

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A qualche giorno di distanza dalla conclusione della crisi del gas russo del 2008-2009 vorremmo aggiungere qualche nostra riflessione a freddo, alle interessanti considerazioni di Federico Pontoni comparse su ilsussidiario.net del 22 gennaio.

 

Per l’Italia le conseguenze della crisi sono state quest’anno assai meno pesanti di quelle dell’analoga crisi del 2006, in parte perché il paese sta attraversando una fase di forte contrazione dei consumi di gas (specialmente quelli energetico-industriali che sono diminuiti del 30-40% rispetto agli analoghi periodi invernali), in parte perché in questi due anni qualche provvedimento correttivo è stato preso, specie nel settore degli stoccaggi di gas. Tale settore ha infatti dimostrato di essere in grado di gestire “in scioltezza” volumi di gas molto superiori a quelli del passato, così che le autorità istituzionali e ministeriali hanno potuto più volte rassicurare i cittadini che case e industrie non rischiavano di restare a secco.

 

Nuove iniziative in corso, alcune di prossima realizzazione, quali la messa in servizio dell’impianto di rigassificazione dell’Alto Adriatico al largo di Rovigo, altre che arriveranno fra qualche anno, come il gasdotto sottomarino Sicilia-Campania (Iniziativa Sealine Tirrenica), potranno in qualche modo alleviare il problema tecnico degli approvvigionamenti, ma lasciano del tutto aperto quello politico. Così l’espressione “l’Italia sta andando a tutto gas”, che in questo periodo è stata da più parti ironicamente utilizzata, visto il periodo di crisi che il Paese sta attraversando, continua pur tuttavia a caratterizzare la realtà di un’Italia, che alla grandissima dipendenza energetica dai combustibili fossili che affligge anche altri paesi del Vecchio Continente, aggiunge la sua peculiare caratteristica di essere il paese europeo con la più alta percentuale di consumo di gas naturale. 

 

Non vogliamo in questa sede rivangare l’annoso problema della dipendenza italiana dalle fonti fossili, e della necessità di una maggiore diversificazione, quanto piuttosto riportare qualche considerazione sulla dipendenza politica dal gas, in particolare da quello di provenienza russa, che non solo l’Italia, ma l’intera Europa hanno dimostrato in questo periodo.

 

Ci pare utile a questo scopo riprendere alcune delle opinioni espresse, nel pieno della crisi, in un interessante dibattito organizzato a Milano dallo EnergyLab (“Emergenza gas: crisi tra Russia e Ucraina. Quale impatto sull’Europa”, Casa dell’Energia, 15/1/2009). 

 

La Russia del presidente Putin e del colosso energetico nazionale Gazprom, con le fornitura di gas ha in mano una “arma impropria” di grande potenza, che ha dimostrato di voler utilizzare come elemento di pressione verso l’Europa.

 

La Russia sta puntando per il suo sviluppo sulle commodities energetiche e mira a diventare una “Arabia Saudita a 40 gradi sotto zero”. La Russia mira ad affermarsi oltre che come produttore anche come monopolista della distribuzione di gas e cerca a questo scopo di acquistare gas sul mercato da Kirghizistan e Kazakistan, per veicolarlo all’Europa attraverso i suoi gasdotti. Punta inoltre a formare un cartello di produttori, una specie di Opec del gas, con il Qatar e l’Iran. Sono queste alcune delle opinioni espresse dal prof. Emanuele Parsi della Università Cattolica di Milano, mentre la professoressa Laura Ammannati, della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Milano, ha sostenuto che per reagire a queste tendenze l’Unione Europea deve creare un mercato comune del gas superando la situazione attuale caratterizzata da una serie di contratti bilaterali di lunga durata che i singoli paesi, in ordine sparso, hanno negli scorsi anni stipulato con la Russia.

 

Bisognerebbe creare in Europa una governance continentale per regolarizzare le strutture ed il mercato, ha aggiunto Riccardo Pasetto di Edison Gas; in effetti se il gas naturale fosse scambiato sul mercato europeo come qualsiasi altra materia prima, la situazione non sarebbe così diversa tra un paese e l’altro e la riduzione delle forniture sarebbe sopportabile con relativa tranquillità anche per qualche mese.

 

Questi commenti sottolineano alcuni dei motivi profondi per i quali l’Europa non ha avuto quasi voce in capitolo, salvo generiche minacce, nella crisi Russo-Ucraina. L’Unione Europea, che tanto si dà da fare per far rispettare ai suoi membri gli impegni presi per la riduzione dei gas serra, per il contenimento dei consumi e per il miglioramento dell’efficienza energetica, non ha in effetti ancora una politica energetica comune che sappia affrontare i problemi del presente, né tuttora esiste un vero mercato comune di due elementi essenziali per i bisogni energetici del continente, il gas e l’energia elettrica.

 

Si deve così assistere a tentativi estemporanei di risolvere in comune una crisi, come quello che verso metà mese l’Eni ha avviato, per iniziativa del suo presidente Scaroni (che ha attivato contatti diretti anche con Putin), assieme ad altri grandi gruppi energetici europei (E.ON, GdFSuez e Omv), per creare un consorzio che si facesse carico degli oneri tecno-economici della riattivazione dei gasdotti russo-ucraini.

 

Questa proposta è stata, nel giro di qualche giorno, superata dagli eventi, ma ci sembra la dica lunga su quali siano le diverse priorità politiche che il problema del gas riceve in Russia ed in Europa: da un lato il presidente Putin in persona, che scavalca gli stessi vertici dell’azienda statale per l’energia, dall’altra solo i pasticci creati dalla presidenza di turno ceca, mentre in prima linea si sono ritrovate le aziende nazionali, se pur molto grandi come l’Eni e le altre citate, che hanno peraltro un ruolo solo ufficioso nel dettare le politiche energetiche dei singoli stati.

 

Non c’è poi da meravigliarsi se l’Eni, per bocca di Scaroni, non ha perso l’occasione per sottolineare, durante una recente audizione in commissione Industria del Senato, che «non si può da un lato imporre per legge dei limiti alla nostra presenza sul mercato, e dall’altro chiederci di essere garanti della sicurezza degli approvvigionamenti»[i].


 

[i] Il riferimento è chiaramente alla proposta di proroga al 2010 dei tetti del 61% sull’import del gas imposti a ENI, più volte auspicata dalla Autorità Antitrust, e seppur in diversi termini anche dall’Autorità per l’Energia.



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