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ASTRONOMIA/ Bersanelli: citando Dante, il Papa ricorda il nesso della scienza con la ricerca di un significato

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«C’è dunque nel cristianesimo una peculiare concezione cosmologica, che ha trovato nella filosofia e nella teologia medievali delle altissime espressioni. Essa, anche nella nostra epoca, dà segni interessanti di una nuova fioritura, grazie alla passione e alla fede di non pochi scienziati, i quali – sulle orme di Galileo – non rinunciano né alla ragione né alla fede, anzi, le valorizzano entrambe fino in fondo, nella loro reciproca fecondità».

 

Con queste parole Benedetto XVI nell’omelia durante la S. Messa dell’Epifania, è nuovamente tornato a parlare di Galileo e degli astronomi che, con i loro metodi e i loro strumenti, riescono a leggere il “libro” dell’universo e aiutano tutti noi a sintonizzarci sulla “sinfonia del creato”. Una sinfonia nella quale spicca un “Solista”, centro del cosmo e della storia, entrato nel mondo e artefice di quella che i Padri della Chiesa – ha ricordato il Papa – hanno visto come «una sorta di rivoluzione cosmologica».

 

Ma come percepisce queste parole un cosmologo moderno? Abbiamo rivolto la domanda a Marco Bersanelli, ordinario di astronomia e astrofisica all’università di Milano, che sta seguendo gli ultimi preparativi per il lancio, previsto il prossimo aprile, di una missione spaziale della quale è uno dei responsabili scientifici: è la missione Planck dell'Agenzia Spaziale Europea, dedicata a misure ad alta precisione della radiazione cosmica di fondo, testimone dell’universo primordiale.

 

«Mi sembra una sottolineatura molto giusta e realistica; perché effettivamente nella comunità scientifica c’è un buon numero di scienziati che, contrariamente all'immagine che normalmente se ne ha, vive un’esperienza di fede. E la vive "positivamente": non come un problema da conciliare, in qualche modo, con la conoscenza scientifica ma proprio come allargamento della ragione, la quale trova nel metodo scientifico uno dei modi con cui rapportarsi al mistero della realtà. Questa è anche la mia personale esperienza. È come se la fede, anche in questo caso, fosse capace di rendere più bello ciò che è bello e più vero ciò che è vero, offrendo il contesto della totalità a quello che altrimenti rimarrebbe un particolare, sia pure affascinante, come quello della conoscenza scientifica».

 

Senza questo inserimento in un orizzonte di totalità, è facile scivolare in una visione riduttiva, che assolutizza ed esaspera alcuni fattori con i quali la scienza tenta di descrivere e spiegare i fenomeni naturali. Il Papa ha sottolineato invece che «le stelle, i pianeti, l'universo intero non sono governati da una forza cieca e non obbediscono alle dinamiche della sola materia». Bersanelli ritiene molto interessante tale osservazione: i fisici, è vero, studiano l’azione dalle forze della natura, ma è evidente che lo studio quantitativo delle interazioni tra i corpi, siano essi nel microcosmo o nel macrocosmo, non esaurisce la realtà nella sua interezza. «Anche dall'interno della ricerca scientifica ci si rende conto sempre più che la fecondità dell'universo e della sua capacità di evolvere per miliardi di anni - oggi si reputa l'età dell'universo di 13,7 miliardi di anni - fino a diventare luogo ospitale per la vita, appare difficilmente compatibile con un'immagine di pura casualità. Ciò non toglie che quando uno studia realtà fisica da un punto di vista scientifico quello con cui ha a che fare sono questi aspetti particolare del reale, quelli che le leggi della fisica riescono a descrivere; ma tali leggi sembrano tutt’altro che sterili, anzi si rivelano prodigiosamente capaci di creare le condizioni per la vita e per l’emergere della coscienza».

 

C’è un altro passaggio dell’omelia di Benedetto XVI che colpisce particolarmente il nostro interlocutore: è la citazione del verso sublime col quale Dante conclude il Paradiso riferendosi a Dio come a «l'amor che move il sole e l'altre stelle»? Cosa vuol dire per un astrofisico pensare a Dio che «muove le stelle»? Bersanelli ritorna sul tema della completezza della ragione che tende ad abbracciare tutto il reale: la scienza non è certo in grado di dimostrare che esiste un livello della realtà che la trascende, che supera le sue possibilità conoscitive; tuttavia gli scienziati continuano a trovare segni che esiste qualcosa che va oltre la scienza. Qualcosa che ha a che fare con lo scopo: delle stelle, dell'universo così come della vita della singola persona.

 

«È significativo che il Papa citi Dante su questo punto. Quello che Dante esprime è una unità della conoscenza, che noi moderni abbiamo perduto. La lettura della Divina Commedia è una miniera di scoperte: ci si imbatte continuamente in passaggi in cui Dante parla della natura e dell'universo in termini assolutamente originali, con un linguaggio e una capacità di osservazione anche quantitativa che contiene il germe dell'approccio e della sensibilità scientifica moderna, che verrà portata a piena consapevolezza con Galileo. Soprattutto, Dante viveva questa sensibilità dentro una unità: per lui parlare della luce, delle stelle, dell'arcobaleno voleva dire riferirsi a qualcosa che immediatamente era in rapporto con la totalità e quindi con il significato. Noi moderni sappiamo tante cose in più sulle stelle, sulla luce o sull'arcobaleno; ma è come se fossimo davanti a tanti frammenti di un quadro che non ha più quella sua unità e compiutezza, e che quindi non sappiamo più guardare».

 

Bersanelli tuttavia nota come in molte parti della comunità scientifica stia riaffiorando il desiderio e quasi la necessità di ritrovare quella unità, che è possibile solo se la ragione ammette la possibilità di uno scopo. «La stessa parola universo richiama il fatto che la materia ha una unità, uno scopo per cui è stata fatta».

 

Infine non possiamo evitare l’accostamento tra i Magi e l’astronomia: il Papa stesso ha detto che "i magi erano con tutta probabilità degli astronomi". Un accostamento che fa sorridere lo scienziato, che però riconosce che «se sono stati così pronti a riconoscere qualcosa di nuovo nel cielo è perché il cielo lo guardavano con attenzione. In ogni caso i Magi sono figure affascinanti e il loro fascino sta nel fatto che nel cielo hanno cercato la verità: e questo è il mestiere dell'astronomo, di ogni scienziato e di ogni persona che vive la propria umanità»

 

a cura di Mario Gargantini



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