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TSUNAMI/ L’esperto: le isole di Samoa a rischio, non sappiamo se il fenomeno si ripeterà

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Quella colpita era una zona a rischio? Il cataclisma era in qualche modo prevedibile?

 

Gli tsunami, come del resto i terremoti, non sono prevedibili. Quello che si può sapere; sono le zone a maggiore o minor rischio; sono zone collegate alla sismicità e quindi la mappa segue in qualche modo quella dei terremoti. La zona più soggetta a rischio tsunami è naturalmente quella del Pacifico; ma anche lo scontro tra le placche africana ed europea, benché avvenga più lentamente di quanto accade nel Pacifico, può generare terremoti e questi anche in mare

Devo aggiungere che qui stiamo parlando di maremoti di origine tettonica, cioè dovuti a bruschi spostamenti della crosta terrestre: questi sono circa l’80% del totale ma ci sono anche altre possibili sorgenti, che possono essere una frana sottomarina, o una frana subaerea ma col materiale che arriva in acqua, o ancora l’attività vulcanica sottomarina.  

 

Lo tsunami abbattutosi sulle Samoa si può considerare un fenomeno concluso o ci potranno essere ulteriori sviluppi nei prossimi giorni?

 

Nessuno è in grado di dire se ci sarà un altro grande terremoto fra poco tempo. Però ricordo che dopo lo tsunami indonesiano del 2004, a distanza di pochi mesi c’è stato un altro potente terremoto ma niente tsunami. 

Pensando alle minacce future, quello che possiamo fare è mitigare: cioè ridurre gli effetti del fenomeno, mettere a punto un sistema di allerta efficiente che sia in grado di dare segnalazioni affidabili e tempestive, istruire la popolazione, predisporre una segnaletica semplice e chiara. Prendiamo il caso delle nostre aree mediterranee: possiamo considerare tutte le zone pericolose che si conoscono e monitorarle con continuità. Abbiamo il vantaggio per questo di poterci appoggiare alla rete già attiva per i terremoti, che è molto ben organizzata.

 

Il vostro istituto sta studiando qualche particolare programma di mitigazione?

 

Per quanto riguarda le azioni di monitoraggio e segnalazione, solitamente si pensa di mettere in mare delle boe con dei sensori e vedere se da lì passa uno tsunami. Nel caso delle Samoa avrei dovuto avere delle boe collocate tra il punto dove si è generato l’onda e la costa dell’isola; ma non conoscendo a priori i punti di generazione, si sarebbe dovuto riempire il mare di boe del genere. Noi abbiamo pensato a una strategia diversa: quella di cercare di individuare i potenziali generatori e poi di sistemare i sensori sopra i generatori. Abbiamo quindi realizzato una sorta di tsunamometro, in grado di misurare i parametri all’avvio del fenomeno e di trasmetterli agli appositi centri.   Con lo tsunamometro quindi noi riusciamo a sorprendere lo tsunami nel suo inizio, una cosa che nessuno ha mai visto e che finora non è stato possibile descrivere e studiare.

 

Un’impresa difficile in effetti

 

C’è da dire che nei nostri mari, ad esempio nel Mediterraneo, la cosa è relativamente facile, mentre nel Pacifico è senz’altro più complesso. Ciò significa che ogni regione va difesa con modalità specifiche, mettendo in campo le tecniche e le metodologie più appropriate e adattabili all’insieme delle condizioni geofisiche e territoriali.



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