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DIBATTITO/ Ecco perché gli ambientalisti non hanno capito nulla dell’ambiente

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In questo mutato quadro, il tradizionale concetto di “educazione ambientale”, in verità molto appiattito su contenuti più propriamente definibili come “informazione ambientale”, è al passo coi tempi?

Sostanzialmente di questo si è discusso nel seminario “Etica della conservazione” organizzato a fine ottobre dal Parco Regionale delle Orobie bergamasche, in collaborazione con la Fondazione Lombardia per l’Ambiente e con la partecipazione e con la partecipazione di tecnici, ricercatori, docenti universitari, insegnanti e studiosi; scopo ultimo del seminario è la proposta alla Regione Lombardia di un “documento direttore” sull’argomento. Ecco alcuni tra i numerosi spunti emersi.

Un primo spunto riguarda il valore della natura, che non è assoluto, ma in rapporto all’uomo e all’uomo concreto. Ad esempio, non è molto rilevante, in sé e in prima approssimazione, la recente e drastica diminuzione dell’avifauna nidificante nelle campagne lombarde; ciò che è rilevante è che una campagna silenziosa ridotta a sterile monocoltura, priva della sua intelaiatura ecologica di siepi, rogge e boschetti è brutta ed inospitale anche per l’uomo. A prescindere da eventuali problemi di ordine sanitario, in un ambiente brutto l’uomo vive male.

E ancora. Se si ignorano i processi storici e sociali che hanno condotto alla definizione dell’attuale stato dei rapporti tra uomo e natura si commettono errori di valutazione grossolani il cui solo esito sono opzioni velleitarie. Ai fini pratici, è poco costruttivo ragionare in astratto di etica della conservazione e quindi di educazione ambientale, perché sussistono differenze sostanziali nei problemi di conservazione della natura, per esempio, in Amazzonia ovvero in Lombardia.

 

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