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IDEE/ Ecco le grandi domande alle quali filosofi e scienziati non rispondono

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D’altro lato non è vero, per esempio, che la filosofia non sia rigorosa e che non faccia progressi che pure le scienze riconoscono. Nel caso dei neuroni specchio, per esempio, sono state confermate intuizioni di fenomenologi come Husserl o Merleau Ponty. Per capire chi è l’uomo occorre in primo luogo osservare quali sono le sue reali capacità senza prima ridurle per meglio spiegarle sul piano scientifico. Alla base della stessa pratica scientifica v’è sempre il presupposto della conoscenza di noi e degli altri come realtà psicocorporee con cui interagiamo e dialoghiamo e che è oggetto di riflessione filosofica.

Un compito incombe, quindi, sulla razionalità umana: tenere insieme molteplici aspetti data l’ampiezza degli ambiti che è chiamata ad abbracciare, aspetti che talora sono stati evidenziati meglio nel passato. Non si sbaglia mai in filosofia e in genere nella vita perché si afferma qualcosa di radicalmente errato, ma perché si assolutizza un particolare: «Un uomo non può mai sbagliarsi completamente. C’è sempre qualcosa di vero nella sua conoscenza» (Kant). Di qui l’urgenza di educare l’intelligenza ad integrare molteplici aspetti. In quanto uomo, anche lo scienziato è chiamato, in un secondo momento, a ricomporre l’essere che ha oggettivato per meglio conoscerlo, svolgendo il cammino inverso rispetto a quello del metodo scientifico. L’unità delle scienze è innanzitutto, quindi, problema di unità della persona. Lo scienziato è anche un uomo e, quindi, in certa misura, anche un filosofo. Può essere un buon o un cattivo filosofo, cioè un ideologo, per esempio quando fa della divulgazione. Per unificare la vita ed il sapere è importante dare più peso (amare di più) a ciò che possiamo conoscere in maniera meno esauriente, ma è più determinante per la nostra vita. Come affermava Aristotele che ne Le parti degli animali, esaltando la conoscenza precisa della natura infima, valorizzava ancor di più quella più imprecisa delle realtà celesti «come una visione pur fuggitiva e parziale della persona amata ci è più dolce che un’esatta conoscenza di molte altre cose…».

Che la scienza e la tecnologia non costituiscano l’ultima istanza di giudizio traspare dal fatto che pure il problema morale del bene e il male si radica nell’esperienza umana prescientifica (che sempre precede e accompagna la stessa ricerca scientifica). L’esperienza umana, in ultima analisi, non può non giudicare anche la scienza e la tecnologia, perché queste nonostante i loro successi, non possono per loro natura fornire criteri morali. Esse ci offrono dei dati oggi imprescindibili, perché occorre essere bene informati per ben giudicare (e questo è un problema morale), ma non ci dicono mai che cosa sia bene e che cosa sia male. I progressi vertiginosi della tecnoscienza possono suggerire l’illusione che vi sia una conoscenza oggettiva “automatica” che ci dispensa dal confronto con la nostra coscienza. Contrariamente a quanto spesso si pensi la bioetica è più etica che scienza.

 

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