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IDEE/ Ecco le grandi domande alle quali filosofi e scienziati non rispondono

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Lo scienziato, ma neppure l’attrice intervistata sono più competenti in campo morale di qualunque uomo. Anche se lo scienziato conosce meglio i dati, potrebbe essere un uomo dimezzato. Ciò vale anche per il filosofo. Il filosofo morale non è necessariamente più “morale”.

Spesso capita di sentire giudizi rozzi in campo religioso e politico da parte di scienziati e filosofi, di persone cioè che sono molto competenti e capaci di criticità in certi settori. La cosa, a ben vedere, non è strana. È un vizio dell’intelligenza quello di impegnarsi unilateralmente in ambiti specifici e affidarsi pigramente ad una fede acritica in altri campi. Come notava Wittgenstein, non v’è conoscenza senza presupposti. Ci affidiamo facilmente ad un fede acritica, quando impieghiamo tutte le nostre energie razionali in certi ambiti che ci danno soddisfazione e successo. Ma allora viene facilmente meno l’unità dell’uomo e, quindi, del suo sapere. Dal momento che non possiamo fare a meno di una fede, cioè d’infondere senso e unità alla nostra vita, la nostra fede dev’essere il meno acritica possibile.

Per affrontare i drammatici problemi etici posti dalla tecnologia, intimamente intrecciata al potere economico e che sembra suggerire che «tutto ciò che si può fare, si deve fare», non ci si può affidare passivamente alla stessa tecnologia, né solo a procedure “scientifiche” di risoluzione dei conflitti. Occorre cercare soluzioni il più possibili condivise sulla base di un confronto tenace con le fondamentali istanze umane. Di qui l’urgenza di educare ad una sensibilità umana integrale a partire dagli stessi ambiti in cui si comunica il sapere scientifico e tecnologico come la scuola e l’università.



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