CLIMA/ Complottisti, hacker e “eco balle”: ma la scienza cosa dice?
martedì 1 dicembre 2009
Ci stiamo avvicinando a grandi passi ad una ennesima conferenza mondiale sul clima: Copenaghen 7/18 dicembre 2009, dalla quale, affermano i benpensanti, non uscirà nulla di buono, a partire, ad esempio, dalla preannunciata posizione dell’India.
L’impressione della gente comune di fronte a questi problemi globali può essere assimilata ad una esperienza di vita all’interno di un caos sistematizzato, cioè in una babele ideologica e climatica senza logiche razionali evidenti e con un carico di responsabilità così impressionante da lasciare tutti in uno stato di ipnosi liturgica davanti al creato.
Le domande che, in genere, tutti si pongono, pescano in una sorta di incredulità diffusa sullo stato dell’evoluzione climatica del Pianeta. I cambiamenti esistono o sono un’invenzione ONU?
Se esistono, quali saranno le conseguenze?
I cambiamenti climatici esistono: lo affermano 2.500 scienziati di tutto il mondo che afferiscono al Panel dell’IPCC, che hanno elaborato e validato i dati sulle variazioni delle temperature in ogni parte della Terra e degli oceani e che hanno valutato in + 0,7 C° l’incremento medio globale della temperatura nell’ultimo secolo (1906-2005).
Forse pochi sanno che i 2.500 scienziati sono stati indicati, cioè scelti, dai Governi di ogni singolo Paese che aderisce alla Convenzione ONU sui cambiamenti Climatici.
Sulla scia di quanto è stato rivelato da alcuni Hackers, penetrati abusivamente nella corrispondenza elettronica degli stessi climatologi, e constatando che la politica degli Stati aderenti alla Convenzione si è progressivamente allineata con la posizione ufficiale ONU, è lecito presupporre che non soltanto siano stati alterati i valori numerici rilevati, ma, considerazione ben più rilevante, che esista una strategia di controllo globale della pressione antropica sul Pianeta, della sua produttività reale e potenziale, delle sue esigenze, della sua possibilità di vita a fronte di una dinamica antropica in atto ancora di tipo esponenziale.
Si, perché se qualcuno non se ne fosse ancora sufficientemente accorto, il fattore determinante della vita sul Pianeta dipende proprio dal clima. Già, ma come fare per spiegarlo a quel miliardo di esseri umani, che vivono nelle aree urbane e metropolitane dei Paesi ricchi, il quale ritiene che la disponibilità di cibo, come, del resto, di qualunque altro oggetto, dipenda esclusivamente dallo spessore della propria carta di credito.
Se finiscono le mele al supermercato, basta alzare il telefono e ordinarne un nuovo carico … è così semplice!
Ma, allora, il clima sta cambiando si o no?
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Risposta odiosa, ma vera: forse qualcuno è in grado di dimostrare che sulla crosta terrestre esistono elementi che non si trasformano mai? Temo nessuno.
Quindi anche i cambiamenti climatici sono veri, come dimostrano i risultati derivati dall’analisi della carote di ghiaccio prelevate in Antartide, che ci hanno consentito di andare a ritroso di circa 650.000 anni, e di osservare variazioni di temperatura periodiche.
Solo che, oggi, all’osservazione dei cambiamenti climatici si aggiunge l’elemento causale, dove si accredita senza ombra di dubbio la responsabilità delle attività antropiche come fattore, non solo determinante, ma persino prevalente, delle variazioni stesse rispetto alla componente naturale.
A me sembra che questo aspetto debba essere accuratamente considerato, perché si presta ad una molteplicità di considerazioni, che ora espongo in modo sintetico.
a) L’inquinamento dell’atmosfera del Pianeta è una constatazione certa: i gas climalteranti sono facilmente individuabili e risultano essere oggettivamente responsabili dell’effetto serra antropogenico.
b) Questo è sicuramente un fattore negativo, con riscontri più che autorevoli sulla salute degli esseri umani, degli animali e delle piante, sulla perdita della biodiversità, sulla desertificazione dei terreni fertili, quindi sull’economia generale del Pianeta.
c) L’inquinamento dell’atmosfera è il risultato di processi produttivi dissennati ed oggi in fase di lenta revisione (ovviamente mi riferisco solo ai Paesi sviluppati).
d) La politica, come è naturale, tuona contro l’inquinamento, ma al contempo si fa sovvenzionare le campagne elettorali dalle imprese che producono inquinamento diretto ed indiretto.
e) La politica annuncia in ogni occasione (e quindi lo farà anche a Copenaghen), che bisogna ridurre le quantità di CO2 in atmosfera, come degli altri gas serra.
f) La politica dei Paesi più sviluppati demanda al mondo scientifico e tecnico il compito di dare operatività e concretezza alle riduzioni tali gas.
g) La politica, tuttavia, non si espone sul versante dei costi, sia perché non dispone di risorse finanziarie da mettere in campo su questo argomento, sia perché ciò che ha più a cuore è la macchina del capitalismo: lavorare, produrre e consumare. Del resto sembra che i costi per la riduzione dei gas climalteranti ammonterebbero ad una cifra pari al 13% del PIL mondiale, che corrisponderebbe a “regalare” alle generazioni future il 13% di povertà.
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Le tre convenzioni ONU sull’ambiente, cambiamenti climatici, biodiversità e desertificazione solo idealmente rappresentano un tavolo di negoziazione e di esperienze scientifiche straordinarie, che accolgono al proprio interno circa 200 Paesi del mondo, ma, di fatto, risultano soltanto dei luoghi di incontro, di scambi di esperienze, di relazioni internazionali estremamente utili sotto il profilo umano e, talora, anche scientifico, con costi di rappresentanza davvero stratosferici.
Tuttavia, durante le COP (Conference of Parties) i momenti migliori, spesso, sono determinati dalla presenza delle ONG (Organizzazioni non Governative) che, non avendo diritto di parola durante le sedute ordinarie, si avvalgono della “pausa pranzo”, durante la quale sono perfettamente in grado di certificare i risultati dei loro sforzi per combattere, quasi sempre senza risorse finanziarie, i drammatici problemi che sperimentano sulle loro terre.
E intanto, poco meno di sei miliardi di persone aspettano indicazioni ed elementi concreti per il miglioramento della qualità della loro misera vita.
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Nell'articolo si sostiene che "... si accredita senza ombra di dubbio la responsabilità delle attività antropiche come fattore, non solo determinante, ma persino prevalente, delle variazioni [climatiche] stesse rispetto alla componente naturale" Mi colpisce notevolmente che una persona possa affermare questo con tanta certezza, quando è impossibile destreggiarsi tra tutte le variabili che determinano la temperatura della terra. Il clima è principalmente determinato da fattori astronimici e astrofisici (vento solare e raggi cosmici), mediato dalla formazione di aerosol e da molti altri fattori come correnti oceaniche e moti dell'atmosfera. Nessuno conosce approfonditamente tutte questi campi scientifici, quindi nessuno può proporsi come la persona più accreditata a spiegare il tutto. consiglio vivamente la lettura di Atmosphera, il catalogo della mostra di Euresis (che potete comperare per mezzo del sito di euresis) che cerca di dare un'idea della complessità del problema e del fatto che il peso del contributo antropico è ancora da dimostrare. Giusto per fare capire un punto cruciale, la quantità di radiazione assorbita dalla CO2 NON è direttamente proporzionale alla concentrazione ma segue una legge logaritmica. Questo significa che se la concentrazione raddoppia, l'energia assorbita non sarà doppia, ma di una quantità decisamente inferiore al doppio. Purtroppo siamo abituati a ragionare sempre e solo in termini lineari.
nel senso di "quale è la verità ? ". Questo quotidiano ha pubblicato recentemente un articolo di uno scienziato che,mentre non nega affatto i cambiamenti climatici,non crede affatto che le attività umane ne siano la causa principale. Anzi: sono paragonabili a pochi spiccioli aggiunti ad un enorme capitale. Dello stesso parere è il premio nobel per la fisica Antonino Zichichi,ideatore della caverna sotto il Gran Sasso per studiare i raggi cosmici e fondatore dei convegni all'isola di Erice. Se le cose stanno a questo punto,occorre anzitutto ristudiare il problema delle cause e,intanto,provvedere a rimediare agli effetti,preparando i governi a tale scopo. La tecnica attuale può offrire molto in tal senso. Ad esempio,a rimediare alla siccità in alcune latitudini o aree geografiche ben individuate,dove l'acqua non manca,ma deve essere estratta dal sottosuolo,come il petrolio.