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FISICA/ “Vedere la scienza”, il viaggio di un fotografo all’interno del CERN

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Non è raro che anche i fisici teorici affermino di poter “vedere“ la forma delle soluzioni delle formule nelle proprie ricerche per poterle risolvere, almeno a livello ipotetico, giungendo ad una sorta di “visione” che ha caratteristiche non meno gestaltiche o di modellizzazione mentale di quella che elaboriamo per via oculare.

In effetti la ricerca di questa elementarità nelle leggi della natura rispecchia alcune non meno essenziali esigenze di osservabilità, di manipolabilità, e numerabilità che sono alla base della nostra condizione antropica di osservatori curiosi.

Queste considerazioni permettono di inscrivere i concetti di elementare e di complesso come interdipendenti e fondamentalmente relazionati al soggetto umano che li definisce. Certamente percuote ogni statico empirismo il pensiero di poter elaborare una macchina che, modificando le condizioni energetiche della materia permetta un viaggio, altrimenti impossibile alle normali condizioni terrestri, a ritroso verso le condizioni della materia allo stato originario del tutto.

 

Dalle pagine del libro emerge un altro interessante binomio: invisibile (le particelle) e visibile (il design e le immagini); cosa la colpisce di più in proposito?

 

Dalla invenzione galileiana del telescopio, attraverso le esplorazioni del microscopio o addirittura dalle macchina cinematografica, le percezioni ed i concetti stessi di visibilità hanno profondamente valicato una empirica concezione fisiologica della visione e, parimenti della invisibilità. Nel campo della capacità delle scienze sono entrate questioni di scala nella dimensione dello spazio, ma anche la possibilità di rivelare e dare forma non solo a oggetti ma a “eventi”, riconoscibili nella dimensione del tempo. In questo senso la questione della visibilità si fa nettamente contigua alle potenzialità della rappresentazione.

Nella cosiddetta “era dell’immagine”, esponenzialmente amplificata dalle tecnologie digitali, il problema di un eccesso di informazioni pare ancor più compromettere la possibilità di “farsi un’idea” grazie alla visione, o attraverso le immagini che la figurano. La macchina stessa di LHC, all’interno degli esperimenti che rilevano le collisioni, deve filtrare attraverso un potente “triage” i dati degli eventi che si presumono poter essere rilevanti. Ancora una volta si potrà vedere quel che è si è voluto trattenere. La visione, in altri termini, implica i gradi di libertà dell’osservatore: occorre rischiare un’ipotesi per verificare un’esperienza.

 

Questa tipologia scientifica di “visione” mentale prescinde radicalmente dalla comune esperienza quotidiana

 

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