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FISICA/ “Vedere la scienza”, il viaggio di un fotografo all’interno del CERN

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Certo. E precondiziona gli scienziati - una comunità “sui generis” ben al di là della specificità dei linguaggi disciplinari - introducendo sentimenti molto esigenti verso ciò che prosaicamente definiamo come “invisibile”, facendo leva su una libertà di coscienza di cui ognuno non può che continuare a interrogarsi.

Paradossalmente si potrebbe dire che l’invisibile stesso è ciò che continuamente chiama la scienza al suo compito di svelamento, ma tale compito è per sua natura incessante.

Date queste premesse la sfida nel fotografare l’esperimento in costruzione è stata particolarmente ardua e affascinante: si trattava di mostrare uno stato di temporanea visibilità interna di un meccanismo unico e irripetibile nel suo genere, ma che aveva senso non tanto per il colossale intreccio di tecnologie e competenze che lo avevano reso possibile, ma ancor più come l’interno dischiuso della forma in cui gli eventi della fisica avrebbero avuto luogo.

 

Il richiamo alla bellezza non è frequente in un'impresa scientifico-tecnologica: cosa l'ha spinta a metterla così in evidenza in questo lavoro?

 

La definizione di bellezza è sfuggente e poliedrica quanto la bellezza stessa, ma il suo sentimento è inequivocabilmente capace di animare la persona e il suo sguardo. In quanto “armonia delle parti” abbiamo ricevuto dalla classicità dei canoni su cui la cultura occidentale si è fondata nell’intuizione di un’essenziale assonanza tra la natura e l’uomo; secondo altri la bellezza nasce dalla necessità convenzionale di uno stereotipo, o dall’ordine delle leggi insite nella natura, per altri ancora lo stupore della sproporzione introduce al sublime.

A diverso titolo tutti questi fattori sono presenti in LHC: l’intuizione della possibile corrispondenza tra ipotesi teoriche – il Modello Standard – e la sua convalida sperimentale; la straordinaria coordinazione dei protocolli di ricerca e costruzione dei componenti degli esperimenti; la consapevolezza di usare la medesima natura per svelare sé stessa attraverso gli artifici della tecnologia; l’estensione estrema delle proporzioni che vanno dalla scala dell’infrastruttura sotterranea fino alla precisione nanometrica delle collimazioni negli esperimenti.

Tutto questo è inesprimibile se non nella possibilità di una esperienza diretta o di una letteratura scientifica, peraltro ampiamente accessibile agli esperti tramite il web; o forse, questa è stata la mia ipotesi, per il tramite di un visitatore che ha cercato e accettato il fascino della bellezza e la sfida questo viaggio al centro della conoscenza, agli “anelli del sapere”, attraverso un survey fotografico. Comporre e realizzare questo libro è stato per me semplicemente il tentativo di restituirne l’immagine, come un dono a questo epocale contesto scientifico che mi ha dato la sua fiducia, accogliendomi nel teatro della sua ricerca.

 

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