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SCOPERTA/ Svelato il DNA del mais, i segreti di una genetica “vincente”

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Più o meno da quattrocento anni, il quarto giovedì di novembre si celebra negli Stati Uniti d’America il thanksgiving day, il giorno del ringraziamento: ringraziamento per il cibo che i pellegrini della Mayflower avevano ricevuto dai nativi americani. Questo cibo era costituito principalmente da granoturco, una pianta, il mais, che gli indigeni avevano domesticato e coltivato per 10.000 anni. Venerdì 20 novembre di quest’anno, la rivista Science ha pubblicato, in una serie di articoli scientifici, l’intera sequenza del genoma di mais, un’iniziativa partita nel 1994 e sostenuta inizialmente dalla Associazione americana dei coltivatori di mais convinta che «il futuro del mais è scritto nel suo genoma». L’impresa non è stata semplice perché l’intero genoma è costituito da circa 2.300 miliardi di basi (più o meno come quello dell’uomo) e presenta delle caratteristiche di ripetitività che rendono il lavoro di sequenziamento particolarmente complicato.

Ma cosa c’è di nuovo in questo genoma? In fondo il genoma del mais è il terzo cereale, dopo quello del riso e del sorgo, a essere sequenziato e il primo genoma sequenziato del regno vegetale è quello dell’Arabidopsis thaliana già nell’anno 2000.

Forse una prima novità sta proprio nel confronto con l’Arabidopsis, una piccola piantina di non più di 20 cm di altezza con un genoma di 125 miliardi di basi e 27.000 geni: il mais con un genoma quasi venti volte più grande, ne ha 32.000.

 

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