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UNIVERSO/ Perché Van Gogh non conosceva la galassia NGC 5195 ma l’ha dipinta?

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Ma anche prima di Hubble la fotografia astronomica ha consentito significativi avanzamenti e scoperte sconvolgenti. Celebre il caso delle galassie peculiari, riprese da Halton Arp col telescopio di Monte Palomar e raccolte in un Atlante di 591 oggetti: la loro forma irregolare ha portato alla scoperta della frequenza e dell’importanza delle collisioni tra galassie nel corso dell’evoluzione cosmica. «L’inconsueto – afferma Barrow – è invariabilmente un indizio di ciò che c’è di speciale nel consueto […]. Ancora una volta la peculiarità ha suggerito le intuizioni fondamentali per comprendere la normalità. E ciò è stato possibile soltanto grazie alle immagini».

Passando dalla storia cosmica a quella dell’uomo, come non riconoscere il valore delle foto di impronte dei nostri progenitori impresse su uno strato di ceneri vulcaniche solidificate in una zona della Tanzania denominata Laetoli? Un documento, oltre che suggestivo e di grande spessore simbolico, ricco di informazioni e fonte di dati utili per ricostruire le tappe del lento e drammatico cammino della ominizzazione.

Anche l’ambito delle discipline più astratte trae grande vantaggio dalla rappresentazione visiva. C’è tutto l’affascinante mondo della topologia; immortalato emblematicamente dal nastro di Moebius, quella striscia ormai riprodotta in numerose varianti e dove si può paradossalmente passare da una faccia all’altra senza attraversare i bordi.

I grandi progressi nelle scienze dell’ultrapiccolo sono stati resi possibili dall’invenzione di strumenti come il microscopio a scansione a effetto tunnel. Con esso da circa quindici anni è possibile produrre immagini del cosiddetto “recinto quantistico”, dove qualche decina di atomi è disposta su un cerchio del diametro di 10-20 nanometri, ovvero un decimillesimo del diametro di un capello umano: «Il recinto quantistico non è soltanto il volto attraente della meccanica quantistica: è il volto delle cose a venire».

 

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