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SCOPERTA/ Magenes (Università Pavia): vi racconto come funziona la mano bionica che si muove con il pensiero

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Nel nostro Paese, ma anche in Giappone, negli Usa e in altri stati europei, sono state realizzate diverse tipologie di arti o mani artificiali comandati da segnali di origine biologica. Finora però si trattava di segnali legati alle contrazioni muscolari o di origini nervose di altro genere. In questo caso, il primo al mondo, il risultato più soddisfacente è quello far partire l’impulso da un’attività prodotta direttamente dal cervello. Il che rende le azioni immensamente più “naturali” per il soggetto. È un traguardo importante per la ricerca italiana.

 

Ci sono delle “controindicazioni” o comunque margini di miglioramento rispetto a questo già importante risultato?

 

In primo luogo bisogna chiarire che uno degli obiettivi di ricerca è la traduzione dei veri e propri segnali nervosi in segnali meccanici. Il che significa che il passaggio ulteriore riguarderà un collegamento diretto con i nervi degli arti interessati, per ora solo riuscito in parte. Non ci siamo ancora del tutto infatti, ma non si tratta di un obbiettivo lontano. Per quanto riguarda il traguardo odierno, molti si sono dimenticati di dire che il braccio artificiale per il momento funziona per lo più con l’ausilio di un caschetto che registra le onde cerebrali, il che risulta piuttosto poco pratico. A Pisa comunque i ricercatori, in particolare Silvestro Micera, ci stanno lavorando. Lavorano alla creazione di microelettrodi compatibili con le terminazioni nervose naturali.

 

Per quale motivo, se da più parti si continua a dichiarare che il cervello umano e i suoi meccanismi rimangono per lo più un mistero, la scienza è poi in grado di arrivare a questi risultati?

 

Su questa domanda è necessario chiarire un punto fondamentale. Quello che permette il movimento del braccio bionico non è tanto un discernimento dei pensieri umani, una lettura del pensiero quanto piuttosto un più semplice meccanismo di azione e reazione. Le onde cerebrali sono espressione di tutta l’attività elettrica del cervello: pensieri, parole, azioni e via dicendo. Il nostro lavoro è sostanzialmente quello di trovare dei pattern comuni all’emanazione delle onde. Per esempio, se si pensa di afferrare un oggetto o di stringerlo il cervello emette lo stesso tipo di onde. Abbiamo catalogato la “forma” di queste e l’abbiamo inserita in un computer. Ogni volta che si presenta lo stesso imput, il computer, e quindi l’arto artificiale, risponde con lo stesso output. Non c’è nessun nesso fra il pensiero in sé e l’azione dello stringere della mano artificiale.

 

Quindi nessuno scenario da fantascienza, nessuna macchina che legga il pensiero

 

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