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PREVISIONI/ Bertazzi: senza le polveri sottili la vita aumenta di tre anni

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Uno dei criteri più importanti per definire se la relazione tra un rischio ambientale ed un effetto sulla salute sia reale e non piuttosto frutto di errori o improprietà d’indagine - o ancor più semplicemente di casualità di campionamento - è poter constatare in modo rigoroso che una volta rimosso (o ridotto) il presunto fattore di rischio anche il suo effetto sulla salute scompare (o si riduce).

 

Un caso esemplare è il lavoro pubblicato sul numero appena uscito di New England Journal of Medicine condotto in 51 aree metropolitane degli Stati Uniti d’America sul rapporto tra inquinamento atmosferico da particolato fine (PM2.5) e durata media della vita delle popolazioni interessate. L’ipotesi di partenza era che alla diminuzione nel tempo dell’inquinamento avrebbe dovuto corrispondere un miglioramento dell’attesa di vita. Più specificatamente, ci si attendeva che nelle aree con maggior riduzione dell’inquinamento si sarebbe osservato l’allungamento più ampio dell’attesa di vita, anche dopo aver tenuto conto di una serie di altri fattori capaci di influenzare in maniera determinante lo stato di salute, quali caratteristiche demografiche e socio-economiche e abitudine al fumo. E così è stato, quando si sono confrontati i dati di inquinamento e di attesa media di vita nel periodo fine anni ’70 - primi anni ‘80 con i corrispondenti dati di circa vent’anni più tardi, fine ’90 - inizio 2000.

 

Le concentrazioni medie di PM2.5 nel periodo 1979-1983 erano disponibili grazie ad un precedente studio della American Cancer Society mentre le misurazione recenti iniziarono a seguito del National Ambient Air Quality Standard per il PM2.5 del 1997. L’attesa di vita è stata calcolata sui dati ufficiali di popolazione e di mortalità per i quinquenni 1978-1982 e 1997-2001. Il controllo di alcune variabili demografiche e socio-economiche è stato possibile grazie ai dati delle statistiche ufficiali, mentre per il fumo di tabacco il controllo è stato indiretto, basato cioè sul confronto dei tassi di mortalità per tumore polmonare e bronchite cronica (patologie strettamente legate all’abitudine al fumo) nelle popolazioni delle diverse aree allo studio.

 

Il quadro dei risultati può essere così riassunto: nelle aree studiate (diffusamente distribuite nei vari stati) le concentrazioni di PM2.5 erano sensibilmente diminuite nel periodo tra primi anni ‘80 e primi anni 2000 (mediamente di 6,52 µg/m3); nello stesso periodo le attese di vita delle popolazione delle aree corrispondenti erano aumentate(mediamente di 2,72 anni); all’interno di ciascun quinquennio, l’attesa di vita era più corta dove esisteva un inquinamento più elevato; nel confronto tra i due periodi a vent’anni di distanza c’era una significativa associazione tra cambiamento di livello di inquinamento e cambiamento di attesa di vita: dove la diminuzione di PM2.5 era maggiore, maggiore risultava anche l’incremento dell’attesa di vita. L’incremento di quest’ultima era evidentemente influenzato anche da altri fattori di natura demografica, economica e sociale. Quando anche questi venivano presi in considerazione e controllati con diversi modelli di regressione, l’attesa di vita permaneva sempre significativamente associata in modo negativo alla concentrazione di PM2.5. In termini quantitativi si è visto, ad esempio, che ad una riduzione di 10 µg/m3 di PM2.5 corrispondeva un guadagno di vita di 0,61±0,20 anni, anche dopo aver pesato la stima per le possibili variabili di confondimento (incluse differenze di abitudine al fumo tra popolazioni). È interessante notare che questa stima non è lontana da quella condotta in precedenza (seppur in modo indiretto) sulla perdita di anni di vita associata all’esposizione prolungata a 10 µg/m3 di PM2.5 che era risultata pari a 0,7-1,6 anni.

 

Tenendo conto della riduzione media dell’inquinamento pari a 6.52 µg/m3 e dell’incremento di vita per un decremento di 10 µg/m3 di PM2.5 pari a 0,61 anni, si può stimare che l’incremento di anni di vita attribuibile alla riduzione dell’inquinamento nel periodo studiato sia stata pari a circa 0,4 anni (6,52 x 0,061) ovvero a circa il 15% dell’incremento totale di 2,72 anni di vita. È poco o tanto? Comunque si giudichi questa stima, se applicata - come lo è l’inquinamento - a milioni di persone non sembra di certo trascurabile.

 

È molto importante poter disporre di stime sempre più accurate degli effetti degli inquinanti atmosferici sulla salute. Esse rappresentano infatti gli argomenti più convincenti per sostenere politiche di contenimento e diminuzione dell’inquinamento atmosferico che si presentano necessariamente complesse, di lunga durata e particolarmente difficili in aree, come la pianura padana, meteorologicamente svantaggiate. Complesse ma possibili.

 

Infrastrutture, trasporti, parco veicoli, organizzazione sociale e abitudini di vita vengono inestricabilmente coinvolti in tali politiche. Deve esserci un motivo valido per sostenerle. Un guadagno in termini di anni di vita può esserlo? Penso senz’altro di sì: almeno per chi ha un motivo per viverli; anche se, come più di uno paventa, il futuro potrebbe riservarci di dover “terminare” la nostra vita a una deadline prefissata sia per motivi di “equità” sia per la opportuna “prevenzione di inutili sofferenze”.

 

Da un punto di vista tecnico, va infine sottolineato che i livelli di PM2.5 di cui si parla in questa ricerca non superavano mediamente i 30 µg/m3 a cavallo degli anni ‘80 e i 20 µg/m3 a fine anni ’90. Il PM2.5 è più temibile, date le sue ridotte dimensioni, rispetto al più grezzo PM10 di cui rappresenta una frazione mediamente pari, ad esempio nell’area di Milano, a circa 0,67. La sua registrazione sistematica non è diffusa sul territorio nazionale. Nel caso della Lombardia, i livelli misurati negli ultimi anni oscillano nelle diverse provincie intorno ai 30-35 µg/m3. Le stime qui discusse ci interessano quindi da vicino: sono livelli da diminuire e riuscirci farà bene alla salute.



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