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ECOLOGIA/ Troppi allarmismi e poca scienza mettono a rischio il polmone del mondo

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Del ruolo delle foreste tropicali nell’assorbimento dell’anidride carbonica presente in atmosfera si è sempre parlato e pochi hanno dubbi circa i vantaggi che l’ecosistema planetario riceve dalla presenza gratuita di questi grandi polmoni verdi. Ora ci sono dati numerici che si aggiungono a documentare tale funzione benefica e a mettere in guardia da ogni possibile indebolimento di queste aree. Dopo uno studio durato 40 anni, un gruppo di ricercatori dell’università britannica di Leeds ha pubblicato su Nature i primi risultati che mostrano come le foreste tropicali riescano ad assorbire quasi un quinto (il 18%) della CO2 atmosferica.

Lo studio in questione riguarda le foreste tropicali africane, messe accuratamente sotto il microscopio monitorando la bellezza di 250.000 alberi e comparando i dati con quelli delle altre zone forestali mondiali. In effetti il continente africano è la più vasta zona tropicale della Terra e contiene circa il 30% delle foreste tropicali, compreso il bacino del Congo che include la seconda foresta di questo tipo dopo quella amazzonica. Le dimensioni sono enormi: 3,8 milioni di chilometri quadrati di foresta pluviale più altri 2,6 di altre aree boschive; ed è spettacolare anche la classifica della biodiversità, col più alto numero di mammiferi (oltre 400 specie), con un migliaio di specie di uccelli e più di 10.000 specie di piante.

Su questo immenso serbatoio verde sembra che si riversi annualmente una montagna di CO2 pari a 4,8 miliardi di tonnellate. Se si devono considerare valide le cifre periodicamente diffuse dall’Ipcc, l’organismo delle Nazioni Unite che studia i cambiamenti climatici, ogni anno vengono immesse in atmosfera 32 miliardi di tonnellate di anidride carbonica dei quali solo quindici restano presenti contribuendo ad alimentare, almeno secondo i modelli interpretativi prevalenti, l’effetto serra. I dati illustrati su Nature svelerebbero quindi dove va a finire una parte consistente della CO2 scomparsa. Offrendo ulteriori elementi alla valutazione dei decisori politici che nel prossimo dicembre a Copenhagen dovranno riesaminare il protocollo di Kyoto e dovranno tracciare le linee programmatiche per contrastare l’effetto serra nei prossimi decenni.

C’è da aggiungere che quando si parla di fenomeni su scala globale sono molto facili le semplificazioni: se il meccanismo della cattura della CO2 è ben noto, quando poi si passa a livello planetario entrano in gioco tanti fattori che rendono il processo di difficile descrizione; ci si imbatte nel paradosso di un fenomeno di proporzioni gigantesche e al tempo stesso soggetto a equilibri molto delicati. Così non è ancora ben chiaro se e quanto il processo potrà mantenersi in futuro e a quali condizioni di integrità debba obbedire la vegetazione dove si manifesta. Sempre che tale vegetazione rimanga disponibile.

Un esempio della difficoltà di fare previsioni viene da un'altra situazione complementare con quella forestale: quella oceanica. Gli Oceani sono l’altro eco-polmone planetario ma pare che ultimamente stia un po’ ansimando. Una campagna osservativa condotta nell’Oceano Indiano meridionale da un gruppo del Cnrs francese e da vari organismi di ricerca, è giunta alla conclusione che la capacità dell’oceano di assorbire anidride carbonica dall’atmosfera sta diminuendo. Le smisurate superfici oceaniche sono i principali sequestratori della CO2 dallo strato di aria che circonda il pianeta, contribuendo alla stabilizzazione del clima globale. Solo che ultimamente proprio i mutamenti climatici che si vorrebbero combattere producono sconvolgimenti nelle normali dinamiche marine, mutando il regime dei venti e rimescolando le acque al punto da indurre la risalita in superficie di rilevanti quantità di CO2 dalle profondità oceaniche. Ciò si traduce in una alterazione del ciclo oceanico del carbonio e nella riduzione della capacità dell’oceano di catturare anidride carbonica.

Pare anche che il fenomeno non riguardi solo i mari del Sud ma inizi a prendere consistenza anche nel Nord Atlantico, pur se più dipendente da fluttuazioni meteorologiche che da un vero cambiamento climatico.

È presto, naturalmente, per lanciare allarmi. Ma è certamente necessario intensificare le ricerche e arrivare a una miglior messa a punto dei modelli che descrivono tutti questi grandi ecosistemi, per essere poi in grado di leggere adeguatamente i dati e le misure che fotografano lo stato del nostro fragile pianeta.



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