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DARWIN/ “Allargare la Ragione”: l’evoluzione è davvero senza senso?

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Il dibattito sull’origine della vita e sull’origine dell’uomo, per fortuna, appassiona anche oggi e coinvolge tutti, uomini e donne, senza distinzione di età, di cultura o di religione.

Anche Benedetto XVI ne ha parlato in molteplici occasioni, fin dalla sua prima omelia, in piazza S.Pietro, il giorno dell’inaugurazione del suo pontificato, quando ha detto: «Non siamo il prodotto casuale e senza senso dell’evoluzione. Ciascuno di noi è pensato, voluto e amato da Dio».

Si tratta di un tema fondamentale per le ricadute importanti sul senso stesso dell’esistenza che ciascuno di noi trascorre, sia pur per breve tempo, su questo pianeta.

Non vale appellarsi all’ipse dixit: credo che in questo campo ci si debba appellare prima di tutto alla ragione e alla sua capacità di conoscere: la posta in gioco è troppo alta per poter delegare o, peggio ancora, per rinunciare a pensare.

La datazione dei fossili e delle rocce del nostro pianeta esclude la possibilità della creazione del sistema solare e della vita 6000 anni fa, come sostengono i “creazionisti fondamentalisti”, ma non esclude, di per sé, l’intervento di un Creatore, in tempi e modalità differenti.

L’ipotesi dell’evoluzione biologica non possiede, a mio avviso, dati e argomenti sufficienti a soddisfare tutte le esigenze della nostra ragione. Secondo tale ipotesi le farfalle, le balene, i cedri e gli uomini derivano da un antenato comune.

Questo antenato è costituito da un gruzzolo di atomi di carbonio, un gruzzolo di atomi di idrogeno, un pizzico di ossigeno e di azoto che, mescolati e ricombinati insieme in una pozza d’acqua di oltre tre miliardi di anni fa, sono diventati “viventi”, cioè capaci di metabolismo e di riproduzione, confinando la loro “novità” all’interno di una membrana, anch’essa vivente.

Senza alcun progetto preesitente, senza alcuna finalità, senza alcun potere previsionale sul loro futuro, senza poter ripetere il prodigio, queste molecole hanno dato inizio, a loro insaputa, al meraviglioso capitolo della biologia sulla Terra.

Per almeno tre miliardi di anni non hanno incontrato nessuno che fosse in grado di dare loro un nome e di riconoscere il merito che hanno avuto, rischiando anche di restare ignorate per sempre, perché l’uomo avrebbe potuto benissimo non apparire mai.

Non solo l’uomo, ma anche il cuore, i reni, il fegato, l’utero, le ali dell’aquila, le vertebre del serpente, il marsupio del canguro, l’occhio di un falco… tutto avrebbe potuto non accadere.

Se è accaduto, lo dobbiamo solo alla variabilità del materiale genetico e dell’ambiente.

«È stato l’ambiente a fare l’uomo e senza questo evento (la siccità in Africa tropicale) il genere Homo non avrebbe avuto alcun motivo di comparire, almeno lì e in quel momento» (Yves Coppens, Histoire de l’homme et changements climatiques, tr. Italiana Jaca Book, 2007).

La nostra ragione deve rassegnarsi: non c’è disegno, non c’è finalità, non c’è nulla di che stupirsi: tutte le “forme” della vita, compresa la nostra, sono un prodotto secondario dei cambiamenti climatici, quasi un effetto collaterale della scienza metereologica.

In fondo, in fondo, è come se si attribuisse all’ambiente un ruolo divino.

Eppure rimaniamo (come me, spero tanti…) ancora insoddisfatti da questa risposta; non sappiamo darci pace all’idea che per fare un computer ci voglia un ingegnere, ma che per fare un’aquila basti una bava di vento che la sollevi e che per fare un uomo basti un po’ di caldo e di siccità che lo costringa ad alzare la testa per vedere lo skyline sopra l’erba della savana.

In realtà, la macroevoluzione, ovvero la nascita delle differenti forme di classi di esseri viventi, non ha una spiegazione soddisfacente non perché dobbiamo aspettare ancora nuove ricerche, ma perché l’errore casuale (la mutazione) e la selezione dell’ambiente di vita non possiedono capacità morfogenetiche.

Detto in altre parole, le informazioni per costruire una colonna vertebrale all’interno di un corpo non possono ragionevolmente derivare da “errori” del DNA, perché sono di una complessità tendente all’infinito e come tale esige di essere trattata in termini di software e di brevetto.

Per “fare” la famosa giraffa, non basta allungare il collo, ma bisogna potenziare il cuore per spingere il sangue fin lassù, bisogna coordinare il movimento di tutti i muscoli, allungare i nervi, proporzionare le zampe e tutto nello stesso istante, altrimenti non “funziona” nulla.

Ogni volta cioè che si “ritocca” una parte di un organismo, si deve modificarlo tutto, perché un essere vivente non è un puzzle, ma una “complessità irriducibile” (un sistema la cui funzionalità non è presente nelle singole componenti, ma deriva dalla loro sinergìa).

L’inadeguatezza dei geni per spiegare le “forme” degli esseri viventi ha infatti fatto nascere recentemente un nuovo filone di ricerca che si spinge a cercare nuove risposte all’interno della biologia dello sviluppo (evolutionary developmental biology, evo-devo in sigla), cioè cambiando il punto di osservazione. Non più i geni, ma lo sviluppo dell’embrione.

Come i mattoni di una casa non ne spiegano gli appartamenti, le stanze, i corridoi, le scale, il tetto, così i geni non rendono ragione, da soli, della comparsa del primo fiore, della prima ala, del cervello e tanto meno dello sviluppo armonico di tutto ciò che concorre a formare un organismo completo.

Anche nella biologia dello sviluppo, come nella genetica rimangono aperte le domande fondamentali: da dove provengono le regole del gioco? Perché si formano cinque dita nella mano?

Chi o che cosa ha dettato la simmetria bilaterale durante lo sviluppo? Perché qualcosa e non niente?

La strada intrapresa è solo all’inizio, ma la dice lunga sulla pretesa di aver spiegato la vita a suon di mutazioni casuali e di clima variabile e volubile.

L’esplosione di quasi tutte le forme di vita nel Cambiano, nell’arco di soli 5-10 milioni di anni, ha inferto un duro colpo all’ipotesi dell’evoluzione graduale: prima compaiono tutte le grandi “architetture” e poi queste si differenziano nei dettagli.

L’evoluzione prevede un percorso esattamente opposto per la vita: le piccole variazioni sui dettagli portano, accumulandosi in tempi geologici, a differenze macroscopiche.Le reazioni biochimiche che accadono in ogni singola cellula del corpo, perfettamente sincronizzate tra loro, coordinate nei reagenti, negli intermedi e nei prodotti finali, controllate continuamente dal fabbisogno reale di ogni molecola, costituiscono quella “complessità” che non si lascia “ridurre” ad alcuna delle sue componenti, perché postula quel surplus di “informazione” che solo è in grado di dare senso al sistema.

L’evoluzione della biochimica della cellula è ancora territorio vergine, ma la sensazione che lo scienziato ricava è che sia un’impresa senza successo: siamo in presenza di un disegno immediato e non di un beffardo scarabocchio che si dispiega nel tempo.

Mi sia consentito a questo punto rinviare un approfondimento del tema al mio recente libro: “La creazione della vita” con un testo del card. Schonborn; ed. Fede & Cultura.

Credo che ogni tentativo di escludere l’idea di un “progetto” per la vita e per le sue forme mortifichi la ragione, quella a cui abbiamo fatto appello all’inizio e che non si rassegna all’idea che una natura senza senso abbia potuto generare quell’ordine e quella logica che la animano quando pensa e quando indaga.

 

(Umberto Fasol, biologo, preside istituto “Alle Stimate” di Verona)

 



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