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RICORDO/ Norman Borlaug, il padre di quella “rivoluzione verde” che sfamò il mondo

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«Uno sconosciuto è il mio amico, uno che non conosco». Questa frase di Lagerkvist, scritta per ben altro contesto, sarebbe perfetta per centinaia di milioni di persone di tutto il mondo ed in particolare in Messico, India e Pakistan. Lo sconosciuto, che si è spento Sabato a Dallas all’età di 95 anni, è Norman Borlaug, patologo vegetale e genetista agrario americano che sviluppò nel dopoguerra le varietà di frumento ad alta resa e resistenti alle malattie che permisero, prima al Messico e poi all’India e al Pakistan, di aumentare la produzione agricola di questa coltura senza aumentare la superficie coltivata. In tal modo egli salvò dalla morte per fame un numero sterminato di persone.

Una delle sue frasi preferite era: «Non si può costruire la pace sulle pance vuote». E nel suo discorso per il Nobel: «Mi interessa lo sviluppo integrale degli esseri umani» (I am interested in the total development of human beings). Invece di lamentarsi del fatto che ci fosse troppa gente al mondo o che altra se ne aggiungeva ogni giorno, egli si diede da fare per sfamarli. L’opposizione più grande la trovò nelle varie burocrazie, nazionali ed internazionali, refrattarie ai cambiamenti e nelle elite culturali che lo rimproveravano per l’inutilità o peggio per il danno causato dai suoi sforzi, perché, sfamando la gente non faceva che spostare il problema in avanti, aggravandolo. Negli anni ’60 molti parlavano di carestie imminenti e generalizzate. Per esempio, nel 1968, il biologo Paul Ehrlich scriveva: «La battaglia per sfamare il mondo è persa…negli anni ’70 e ’80, centinaia di milioni di persone moriranno per fame a dispetto di qualsiasi programma accelerato intrapreso sin da ora». Ma quel programma accelerato esisteva e Borlaug ne era il responsabile. La produzione di frumento passò da 12 Mt del 1965 ai 20 del 1970, mentre il Pakistan nello stesso periodo passò da 4,6 a 8,4 Mt. Nel 1971 l’India era così vicina all’autosufficienza che Ehrlich, per prudenza o per vergogna, dovette cancellare la predizione dalle ristampe del suo libro perché i dati lo smentivano e le carestie non si verificavano. Dove prima la carenza di cibo sembrava condannare interi popoli e dove bastava qualche evento naturale per scatenare un massacro, adesso la fame, anche se colpisce ancora, non è dovuta a carenza di cibo, ma piuttosto alla mancanza di potere d’acquisto nelle fasce più povere.

Borlaug ricevette il Nobel (per la pace) nel 1970, unico ad essere assegnato per meriti nel settore dell’agricoltura. Come sottolineato dal comitato per il premio Nobel, Borlaug, «più di qualunque altro singolo individuo ha contribuito a dare pane ad un mondo affamato».

Malthus è stato sconfitto, ancora una volta. L’ingegnosità umana riesce a superare i limiti imposti alla crescita dalla natura, ma perchè questo accada ci vuole l’ingegno, ci vogliono individui che sappiano sognare e abbiano la forza per perseguire il sogno. Certo, la rivoluzione verde fu uno sforzo collettivo a cui contribuirono migliaia di persone e molti fattori (ad esempio il trattore e i fertilizzanti). Ma se non ci fosse stato Borlaug con la sua visione e la sua tenacia e non ci fossero stati dei politici che hanno creduto nella scienza e nel suo programma, molti milioni di persone (e i loro discendenti) non sarebbero tra noi. Ancora pochi mesi fa, alla festa per i suoi 95 anni Borlaug dichiarava a riguardo della necessità di aumentare la produzione agricola per sfamare il mondo: «Aggiungiamo ogni anno 84 milioni di persone alla popolazione mondiale. Abbiamo un grande compito nelle nostre mani». E ancora girava il mondo e si occupava di ricerca e insegnava all’università ed era un’ispirazione per molti.

Se i leader del mondo non colgono la lezione e non ricominciano a finanziare efficacemente la ricerca in agricoltura e a rimuovere le regolamentazioni insensate che la soffocano (mi riferisco in particolare, ma non solo, alle biotecnologie agrarie, rischiamo di aiutare a realizzare le profezie di carestia e morte. O, con le parole di Borlaug stesso, «l’uomo pare che insista nell’ignorare le lezioni della storia».

Il mio augurio è che per lui si compiano adesso le parole del Vangelo: «Venite, benedetti dal Padre mio, perchè avevo fame e mi avete dato da mangiare». Se il premio corrisponde all’azione (e Dio è sovrabbondante nel premiare), beato lui.



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COMMENTI
15/09/2009 - club di Roma (attilio sangiani)

Aurelio Peccei,nel contempo,lanciava messaggi catastrofici circa la "bomba demografica" con il Club di Roma ( 1968 ) ed il suo messaggio neomalthusiano del 1972. Molti lo sottoscrissero,anche in Italia. Penso,ad esempio,a Gianni Agnelli,datore di lavoro di Peccei,che era responsabile della FIAT in America del Sud. Perchè non si parla più del Club di Peccei e delle con seguenze infauste che ha avuto anche in Italia,con il crollo demografico,l'introduzione e la dilatazione dell'aborto come mezzo per limitare le nascite,nonostante la ipocrisia iniziale ?