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CLIMA/ Un ambiente a misura d’uomo è possibile: da Milano al Ruwenzori con l’Umana Dimora

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Sottotitolo del Festival è Energy for Life: cosa ne pensa dell’attuale dibattito sulle fonti energetiche?

 

L’energia è vita, l’ambiente è vita. Troppo spesso si demonizzano alcuni processi energetici a favore di altri, apparentemente puliti. Ogni attività umana ha un’impatto, dunque piuttosto che battaglie contro alcune tecnologie, è necessario realizzare tavoli di lavoro, in cui invitare esperti per verificare con chiarezza quali sono le tecnologie migliori, o meglio come armonizzare le tecnologie esistenti per un minimo impatto ambientale e per permettere, contemporaneamente un corretto sviluppo economico. L’economia purtroppo, e lo abbiamo visto di recente, è fonte spesso di grandi disastri. Se il criterio è il puro profitto, reso astratto e slegato dalla realtà, da una visione globale del reale, quello che accade è la creazione di processi industriali dissennati. Dunque una totale apertura alla tecnologia, alla mente dell’uomo che, se si lascia veramente guidare dalla realtà e dalla bellezza dell’ambiente, è in grado, con intelligenza e razionalità, di giungere a soluzioni in grado di preservare l’ambiente ma in contemporanea di garantire l’energia che l’uomo ha bisogno per la propria salute e per la vita.

 

In queste giornate voi proporrete interessanti appuntamenti sul tema della montagna: come mai questa sottolineatura?

 

Perché la montagna è il luogo in cui molti di noi hanno cominciato ad amare l’ambiente, attraverso amici appassionati. Dalle passeggiate e scalate in montagna, i soci dell’Umana Dimora hanno spesso trasportato questa passione nel mondo dello studio, anche in collaborazione con gli amici del Club Alpino Italiano e con ricercatori di diverse università italiane e straniere. Sono nate ricerche di alto profilo internazionale, spesso localizzate sulle più alte montagne del pianeta. La bellezza della montagna è una bellezza delicata, in un ambiente in cui piccoli cambiamenti possono causare tragici disastri. Si pensi ad alcune montagne africane, in cui le piante presenti in quota vivono in ambiente ad alta umidità e a temperature estremamente regolari e dove una variazione di pochi gradi di temperatura porterebbe alla totale distruzione della flora ad alto fusto. Oppure si pensi agli effetti disastrosi di un'inondazione, causa di inneschi di frane e dissesti. Dunque le montagne come indicatore climatico, ma anche come luogo dove poter iniziare a sperimentare nuovi modelli di sviluppo e di utilizzo del suolo, anche perché le genti di montagna sono in tutto il mondo abituate alla fatica della vita e dunque sempre pronte, perché fa parte della loro cultura, a ripartire, a ricominciare.

Ecco perché nel festival proponiamo l’incontro con la montagna, con le persone di montagna e con chi della cura dei popoli di montagna ha fatto una ragione di vita, come Tom Stacey, scozzese, che ha passato una vita con il popolo delle montagne dell’Uganda, diventando il principale attore della riscoperta della propria cultura da parte del popolo Bakonjo che vive su quelle montagne. Un racconto affascinante di una esperienza di educazione di un popolo, intesa per quello che veramente è l’educazione, cioè la riscoperta della propria storia, della propria cultura, della propria identità. Perché, come ha detto Pippo Ciantia, “un popolo per sentirsi parte di una nazione deve essere fiero del proprio paese”. E quale strumento migliore, per un popolo come l’ugandese, della scoperta delle bellezze nascoste delle Montagne della Luna, cioè delle bianche vette del Rwenzori, che sabato vedremo in immagini mozzafiato.



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