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SMOG/ Dieci regole per salvare la Terra dal disastro ambientale

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Dobbiamo utilizzare i numeri acquisiti in esperimenti di laboratorio e l’abilità raggiunta in certe procedure per andare oltre e tentare di formulare previsioni non galileiane. Ci troviamo in questa situazione quando formuliamo modelli di evoluzione cosmologica; ed ora quando poniamo dei limiti al sistema Terra.

All’inizio degli anni ’70 del secolo passato un gruppo di scienziati (il cosiddetto Club di Roma) aveva tentato di delineare dei limiti oltre i quali i processi antropogenici (indotti cioè dall’attività umana) avrebbero dato luogo a disastri. Quelle valutazioni di quarant’anni orsono erano errate in quanto basate sulla variazione indipendente di ciascuna variabile, senza considerare la rete non lineare di mutui accoppiamenti che crea condizionamenti reciproci.

Negli ultimi quattro decenni, abbiamo avuto nella scienza un’applicazione a tutti i campi della dinamica non lineare (caos deterministico e complessità): invece che studiare il singolo individuo, isolandolo in un esperimento di laboratorio dopo averlo sottratto alle interazioni con l’ambiente, si è spostata l’indagine agli effetti di folla: dalla rete Internet al traffico aereo e automobilistico, dalla cosiddetta intelligenza di sciame in insetti o uccelli al controllo delle epidemie mediante vaccinazione.

 

È ovvio che nel formulare modelli di comportamenti globali occorre ricorrere a competenze disparate, confrontando dati acquisiti in contesti diversi. Si pensi all’enorme rivoluzione concettuale legata alla scoperta di reti di interazioni che attivano i geni nello sviluppo di un organismo biologico (la “genomica”, che ha smantellato il cosiddetto dogma della biologia molecolare e cioè: “ad ogni gene corrisponde una proteina”).

E qui, in vista di Copenhagen, si pone una domanda cruciale: la rete dei dieci processi antropogenici elencati è sufficiente per formulare previsioni affidabili sul futuro del sistema Terra?



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