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INFLUENZA A/ La febbre suina è sotto i riflettori, ma i “virus killer” sono altri

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Centinaia di specialisti provenienti da tutti i continenti sono radunati da ieri a Verona per il “VI Congresso europeo di Medicina tropicale e salute internazionale” e per la “Ia Conferenza Mediterranea di Medicina delle migrazioni e dei viaggi”. Discuteranno per cinque giorni su alcuni temi di stretta attualità, come la cosiddetta “nuova influenza” AH1-N1 o il bio-terrorismo, ma anche su altri argomenti che saranno affrontati nell’ottica della loro gravità più che della loro risonanza mediatica. C’è in effetti un’indubbia sproporzione tra lo spazio dato, ad esempio, alla nuova influenza, rispetto a altre malattie che in un solo giorno causano più vittime di quante la H1N1 abbia finora provocato in tutto il mondo in più di quattro mesi.

Una di queste è senza dubbio la malaria, che causa, purtroppo ancora oggi, circa 3.000 morti ogni giorno (soprattutto bambini africani). Su questo tema il congresso ospita i massimi ricercatori, tra i quali l’italiano Paolo Arese, dell’Università di Torino, forse il maggior esperto al mondo di come il plasmodio della malaria interagisce con la cellula che lo “ospita”, ovvero il globulo rosso, causando la malattia. Arese è anche il coordinatore del Network Italiano Malaria che raduna gruppi di ricerca provenienti da vari atenei e istituzioni scientifiche nazionali. ilsussidiario.net lo ha incontrato.

 

Cosa indicano i dati più recenti sulla diffusione della malaria? quanti vengono colpiti? quanti muoiono? dove c’è la massima diffusione?

 

La malaria umana è provocata da quattro principali tipi di plasmodio. La malaria da Plasmodium falciparum è la più diffusa e potenzialmente letale. La diffusione è alta nel cosiddetto “malaria belt” che comprende regioni tropicali e sub-tropicali del mondo: Africa sub-sahariana, America centrale e parte dell’America del Sud, tutto il Sud-est asiatico e l’Oceania. L’incidenza nei diversi paesi varia a seconda del livello di sviluppo socio-economico e sanitario ed è estremamente alta nell’Africa sub-Sahariana. In Africa è anche fortemente dipendente dalle specifiche situazioni politiche. Le cifre correnti su incidenza e mortalità sono: più di due miliardi di persone vivono in zone malariche; 350-500 milioni di nuovi casi all’anno; i morti dovuti direttamente alla malaria sono da 1.5 a 2.7 milioni all’anno; il 90% della mortalità da malaria è localizzato in Africa e colpisce prevalentemente bambini di età inferiore a cinque anni. Tutte queste stime hanno un enorme margine di errore. Recentemente l’OMS ha corretto al ribasso molte stime: ad esempio la stima delle morti è scesa a 800.000 all’anno.

 

Qual è la situazione in Italia?

 

La malaria è stata eradicata in Italia attorno al 1953. Non esiste malaria endogena, ma solo casi di persone che si infettano in paesi malarici e rientrano malati in Italia. Sono viaggiatori e migranti. L’ultimo dato è di 680 casi/anno, con una mortalità dello 0.5-1%, quindi 1-2 morti/anno. Il 90% dei casi era provocato da P. falciparum. I migranti (60-70% dei casi) sono persone, in genere Africani, che in Italia perdono l’immunità naturale (che ha una durata limitata), si ammalano in Africa e ritornano ammalati in Italia (dati forniti dal Prof. F. Castelli, Università di Brescia). Esiste un rischio malaria per l’Italia? Il ritorno è teoricamente possibile, l’Anopheles è ancora diffuso e micro-epidemie sono state registrate recentemente. Di fatto la probabilità è estremamene bassa, dato l’alto livello socio-sanitario e di sorveglianza del nostro paese.

 

Cosa sappiamo attualmente circa l’insorgenza e lo sviluppo della malattia?

 

L’insorgenza e il decorso della malaria sono perfettamente noti. La malaria presa in tempo è curabile. Alcune complicazioni, in particolare la malaria cerebrale, che derivano in genere da diagnosi tardiva, possono condurre a morte rapidamente. La malaria è anche prevenibile, ad esempio attraverso l’uso sistematico delle reti impregnate di insetticida (impregnated bednets) e l’applicazione mirata del DDT, soltanto all’interno di abitazioni chiuse. In alcune zone dell’Africa (Gambia, limitate zone del Kenia) in cui gli interventi sono attuati in modo sistematico, l’incidenza e la mortalità sono cadute dell’80-90%. La terapia consigliata/imposta dalla OMS, una combinazione di Amodiachina e Artesunato, è efficace praticamente al 100%. Non viene applicata su larga scala per il costo (un trattamento completo costa 1.30 $ per un bambino e 2.40 $ per un adulto), improponibile in molti paesi Africani dove il “Servizion sanitario” ha a disposizione 1 $ per paziente all’anno ed il reddito medio è circa 1 $ per persona al giorno, e per l’assenza di strutture di base in grado di fare la diagnosi (un dispensario con un tecnico e un microscopio).

 

Quali sono le principali linee di ricerca seguite a livello internazionale?

 

Dal punto di vista della biologia del parassita, delle interazioni con l’ospite umano e della patogenesi ci sono ancora molti aspetti importanti da chiarire. La ricerca internazionale lavora su questi aspetti. In genere, la malariologia sperimentale segue le più avanzate linee di ricerca in biologia-biologia molecolare, patologia, farmacologia, ecc. Idee e tecniche sviluppate in altri campi trovano rapida applicazione in malariologia: bio-informatica, metabolomica, interattomica, proteomica. Alcuni punti della patogenesi sono oggetto di intensa ricerca: ad esempio capire la dinamica della anemia malarica, responsabile fino al 50% della mortalità, comprendere le ragioni che impediscono lo sviluppo di una immunità persistente, legate con la “abilità” del parassita di “nascondersi” esprimendo rapidamente e continuamente un gran numero di nuovi antigeni (che “confondono” il sistema immunitario dell’ospite), comprendere i meccanismi dell’adesione del globulo rosso parassitato, che “si appiccica” nei vasi del cervello, polmoni, midollo osseo, provocando effetti a volte letali.

 

Perché avete costituito il Network Italiano Malaria e come siete organizzati?

 

I malariologi italiani hanno costituito l’Italian Malaria Network, operativo dal 1 gennaio 2007. La finalità del Network è creare una sorta di Istituto Malariologico Italiano virtuale, per mettere in comune attrezzature ed expertise, favorire la circolazione di idee, progetti e metodi, aumentare la massa critica della malariologia italiana e darle maggiore visibilità nazionale ed internazionale, mettere a disposizione della comunità scientifica ed industriale italiana una serie di competenze nei vari campi della malariologia, attirare finanziamenti pubblici e privati e generare progetti comuni, formare giovani ricercatori. Inoltre vogliamo attirare giovani ricercatori da paesi in via di sviluppo, curandone l’ingresso in network internazionali nonché rappresentare la malariologia italiana in ambito internazionale.

Il Network è strutturato in unità di ricerca raggruppate in cinque aree tematiche (cluster), che coprono le “aree calde” di maggiore interesse malariologico: i meccanismi molecolari della patogenesi della malaria (P. Arese, D. Taramelli), lo sviluppo di nuovi farmaci antimalarici e lo studio del loro utilizzo sul campo (D. Taramelli, F. Castelli, G. Campiani, E. Fattorusso), l’epidemiologia ed i meccanismi innati di resistenza della malaria (D. Modiano), la biologia molecolare del plasmodio (P. Alano, Ist. Sup. Sanità, A. Crisanti), la biologia e biologia molecolare dell’Anopheles (A. Della Torre; B. Arcà).

Il Network è supportato dalla Compagnia di San Paolo con un finanziamento di circa 260.000 euro per il 2009, utilizzato per istituire 11 posti di assegnista universitario, distribuiti fra i vari cluster.

 

 



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COMMENTI
07/09/2009 - Malaria & C (MARCO PAGANI)

Sono d'accordissimo con il dottore intervistato. La grande attenzione che viene data a certe malattie non dipende dalla loro gravità in sé, ma dal fatto che esse colpiscano o meno il nord del mondo. Dal momento che la malaria non è tra queste, si fa poco. L'enfasi data all'Aids, che uccide meno della malaria, sottende allo stesso motivo. Esiste anche nel nord del mondo e colpisce anche ceti sociali elevati. Ben venga allora il lavoro dei malariologi italiani!