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NEUROLOGIA/ “Credere per vedere”. Il ruolo dell’emotività nelle nostre percezioni

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«La prima impressione è quella che conta» è un proverbio un po’ banale, ma in realtà alcune ricerche sembrano mostrare che potrebbe contenere una verità di fondo estremamente significativa. Lo mostra un lavoro di alcuni psicologi americani, neozelandesi e francesi  (Jamin Halberstadt, Piotr Winkielman, Paula Niedenthal e Nathalie Dalle) pubblicato sul numero di Settembre di Psychological Sciences. Nell'esperimento il team di psicologi ha mostrato ad alcuni pazienti dei volti ricreati al computer. Tali volti erano appositamente “costruiti” per non comunicare chiaramente uno stato d'animo, ma i ricercatori chiedevano ad ogni paziente di valutare i volti come contenti o arrabbiati. Successivamente era mostrato ai pazienti un filmato in cui il volto “costruito” cambiava espressione passando da una decisamente arrabbiata ad una molto contenta e veniva chiesto ad ogni partecipante al test di riconoscere quando il volto del filmato corrispondeva a quello mostrato all'inizio dell'esperimento. Ebbene, i pazienti che avevano valutato il volto iniziale come “contento” lo ricordavano decisamente più allegro di come fosse in realtà e allo stesso modo chi lo aveva valutato arrabbiato mostrava di ricordarlo molto più “alterato” rispetto alla vera immagine mostrata. Questo può avere conseguenze interessanti nella ricerca psicologica, ad esempio per studiare il comportamento di persone patologicamente ansiose che percepiscono tutti coloro che incontrano come a loro contrari o per valutare le testimonianze nei processi.

Ma l'esperimento era composto anche di una seconda parte, molto legata agli studi di Piotr Winkielman dell'Università di California San Diego su ciò che lui chiama “Embodiment of emotion”, cioè lo stretto legame che c'è tra le emozioni e una risposta del corpo. Per questa ragione gli studiosi hanno registrato i segnali elettrici provenienti dai muscoli facciali delle persone che partecipavano al test. Quello che hanno riscontrato è che il volto dell'osservatore tende ad assumere caratteristiche che crede di intravedere nel volto che sta osservando. Così, se un paziente interpretava un volto “ambiguo” come arrabbiato, anche il suo volto tendeva ad assumere caratteristiche di alterazione. Per Winkielman questo è segno, come ha avuto modo di dichiarare, che «il nostro corpo è l'interfaccia, il luogo dove i pensieri e le percezioni si incontrano».

La prima parte dell'esperimento potrebbe far propendere verso il relativismo della percezione, ricordando film come Rashomon di Kurosawa, in cui i testimoni di un delitto ne fornivano descrizioni diverse. Ma in realtà la seconda parte ci aiuta a capire che il punto centrale è una indissolubilità tra soggetto e oggetto nella percezione. Il nostro modo di vedere non è quello di una macchina fotografica, ma coinvolge fortemente ciò che siamo, come esperienze pregresse e memoria. La verità di quello che accade diventa evidente non cercando di cancellare questa inevitabile compartecipazione, ma valorizzandola e andando sempre più a fondo in ciò che si coglie nella realtà.

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