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EVOLUZIONE/ Quando i mutanti non sono neutrali...

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I dati sperimentali sono invece in totale disaccordo con l’andamento della fitness, che risulta fortemente non lineare. Mutazioni neutre infatti non dovrebbero modificare la fitness, mentre essa è drasticamente aumentata nel corso delle prime 2.000-3.000 generazioni per poi lentamente decelerare, indicando che le mutazioni occorse in quell’intervallo non erano per nulla neutre. A partire dalla ventimillesima generazione, il tasso di mutazione è drasticamente aumentato a seguito di una mutazione a carico di un particolare gene (mutT) responsabile di mantenere, allo stato normale, un basso numero di errori nella replicazione del Dna. Le mutazioni intervenute erano per la gran parte neutre e infatti la “fitness” non si è modificata apprezzabilmente.

In sintesi, i risultati del gruppo di Lenski dimostrano due fatti. Il primo è che la relazione tra l’evoluzione del genoma (il numero di mutazioni che si accumulano nel corso delle generazioni) e l’evoluzione dell’adattamento non è per nulla lineare, ma è piuttosto un processo fluido e complesso. La seconda conclusione ci dice che il tasso di mutazione è variabile e di conseguenza è anche variabile la velocità di evoluzione del genoma nel corso delle generazioni. Insomma, l’orologio molecolare, che dipende proprio dal ritmo evolutivo del genoma, non è così preciso e non scandisce con regolarità i tempi dell’evoluzione, che quindi restano di difficile misura.

La conclusione è che bisogna essere molto cauti nel proporre interpretazioni delle dinamiche evolutive senza conoscere approfonditamente i processi genetico molecolari avvenuti nella storia evolutiva delle specie biologiche.



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